Panieri ha usato la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate per ricordare, come dovuto, le donne e gli uomini in uniforme costantemente in prima linea per la sicurezza e le libertà. Poi ha subito spostato il discorso sulle «percezioni di insicurezza», sulle «mobilitazioni giovanili che esprimono un malessere che a volte sfocia in episodi di violenza» e sulla necessità di intervenire sulle «cause profonde del disagio», offrendo opportunità di crescita, proprio quelle che mancano a Imola.
Per lui l’ordine pubblico resta prioritario solo a parole, ma questo lessico arriva dopo le settimane di guerriglia urbana a Milano, Torino e Bologna. Cortei “contro il carovita” si sono trasformati in sassaiole, bombe carta, transenne lanciate, negozi saccheggiati e barricate in fiamme. A Milano i danni hanno raggiunto centinaia di migliaia di euro; a Bologna gli scontri si sono concentrati intorno alla stazione; a Torino collettivi e gruppi più aggressivi hanno preso pezzi di corteo. Tra i fermati e gli arrestati c’erano molti minorenni, e le questure hanno segnalato una presenza consistente di giovanissimi di origine straniera — quelli che in gergo si chiamano maranza — arrivati dalle periferie e organizzati via social, accanto alle frange dei centri sociali.
Per chi guarda quei fatti con attenzione, non si tratta di un malessere generico da curare con ascolto e opportunità. È il risultato di politiche di ingresso e ricongiungimento difese per anni dalla sinistra, che hanno prodotto tassi di integrazione fallimentari, e di una tolleranza di fatto verso la violenza di piazza quando arriva da sinistra o da gruppi di seconda generazione. Salvini ha parlato di centri sociali, maranza e marciume sinistro; Meloni ha chiesto condanne nette, perché ogni reticenza diventa giustificazione. I numeri di polizia — minorenni, stranieri, seconde generazioni tra gli arrestati, feriti tra le forze dell’ordine — non si spiegano con la retorica delle cause profonde.
A Imola il contrasto è ancora più netto. Mentre il sindaco parla di malessere giovanile e di opportunità di realizzazione, la città ha appena ospitato la Monsterland, come giustamente facevano notare quelli del “Noi per Imola” un evento sponsorizzato dal Comune e dalla Regione Emilia-Romagna, con biglietti da 100, 200 e 320 euro e parcheggi a 30-40 euro. Quindi non un evento popolare aperto a tutti, ma una festa a pagamento per chi se la poteva permettere. In una città amministrata dal PD, che invoca ascolto del disagio e opportunità per le nuove generazioni, le grandi occasioni di aggregazione giovanile restano costose e sponsorizzate dall’alto, mentre altrove amministrazioni più attente ai bisogni reali preferiscono piazze aperte e, se servono fondi, offerte libere.
Il messaggio arrivato il 4 novembre, davanti al monumento ai Caduti, è coerente con una linea politica consolidata del PD: relativizzare la violenza delle piazze di Milano, Torino e Bologna, contestualizzarla come espressione di disagio e spostare l’attenzione dalle responsabilità concrete alle opportunità da offrire. L’ordine pubblico resta prioritario solo sulla carta. Intanto, chi vive le stazioni, le periferie e i costi quotidiani vede da un lato devastazioni e baby gang, dall’altro eventi giovanili a centinaia di euro.
Il dovere primario di un sindaco, specie in un giorno dedicato a chi ha difeso e costruito l’Italia e a chi oggi garantisce l’ordine, era ricordare che la sicurezza e la libertà si fondano sulla capacità di far rispettare le regole senza troppi distinguo. Tutto il resto, il solito bla bla di Panieri sulla prevenzione, sull’ascolto del malessere e sulle opportunità, può venire dopo, non al posto di questo e non mentre si parla di disagio giovanile e si organizza, con soldi pubblici, una festa, guarda caso, per i giovani che si lamentano del caro vita.
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