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Processo Radici, a Imola si torna a parlare di mafia. Ma chi si occupava della prevenzione?

Processo Radici, a Imola si torna a parlare di mafia. Ma chi si occupava della prevenzione?

Giovedì 12 novembre, alle ore 20.15, nella Sala grande della sede del Nuovo Circondario Imolese, in via Franco Basaglia 8, si terrà l’incontro «Processo Radici – La ’ndrangheta nel territorio imolese», organizzato dal presidio “Giudice Alberto Giacomelli” di Libera.

L’iniziativa si propone di ripercorrere la vicenda giudiziaria, approfondire il ruolo delle istituzioni, i danni arrecati alla cittadinanza e le possibili azioni per contrastare le infiltrazioni mafiose. Interverranno Matteo Gozzoli, sindaco di Cesenatico, Sofia Nardacchione, co-referente di Libera Emilia-Romagna, e Giuseppe Rizzo, avvocato di parte civile. Porterà i saluti Beatrice Poli, vicepresidente del Nuovo Circondario Imolese e coordinatrice del Tavolo della legalità. A moderare l’incontro sarà il giornalista Luca Balduzzi.

Perché l’incontro di Libera riguarda anche Imola

Un appuntamento che riporta l’attenzione su una vicenda che ha coinvolto direttamente anche Imola, ma che offre l’occasione per affrontare una questione che troppo spesso rimane sullo sfondo quando si parla di infiltrazioni mafiose: non soltanto chi ha commesso determinati reati, ma anche quali strumenti di prevenzione erano disponibili e quale ruolo hanno avuto le istituzioni prima che la magistratura portasse alla luce i fatti.

Quando si parla di mafia, il racconto pubblico e mediatico tende a concentrarsi sulle organizzazioni criminali, sui loro metodi, sulle intimidazioni, sui prestanome, sul riciclaggio e sulle condanne. È giusto raccontare questi aspetti, ma non dovrebbe essere l’unica prospettiva. Perché le organizzazioni criminali non operano sempre e soltanto attraverso la violenza: cercano spazio nell’economia legale, acquisiscono attività, entrano nelle società e sfruttano le debolezze dei sistemi di controllo. È in questo contesto che diventa fondamentale interrogarsi anche sulla cosiddetta zona grigia e sulla capacità delle istituzioni di prevenire determinati fenomeni.

Il caso del Forno Imolese e la parte civile del Comune

Nel caso imolese, il riferimento è al Forno Imolese, società con sede operativa sul territorio comunale, finita nella vicenda giudiziaria legata all’operazione Radici.

Il Comune di Imola aveva deliberato la costituzione di parte civile nel settembre 2023, ottenendo l’accoglimento della richiesta da parte del giudice per l’udienza preliminare il 3 ottobre dello stesso anno. Successivamente, l’amministrazione ha seguito il procedimento fino alle conclusioni in tribunale, rivendicando la scelta di tutelare la comunità e l’economia locale dai danni riconducibili alla vicenda.

Una scelta che l’amministrazione ha presentato come un segnale di impegno nella difesa della legalità. Ma proprio questa posizione istituzionale apre una domanda che meriterebbe altrettanta attenzione: se il Comune ha ritenuto di aver subito un danno da questa vicenda, cosa era stato fatto prima per prevenire situazioni di questo genere?

Il Forno Imolese era un’attività economica presente sul territorio. La sua acquisizione, i cambiamenti nella gestione e le vicende che hanno preceduto il fallimento sono aspetti che oggi vengono letti alla luce dell’inchiesta giudiziaria. Ma quali strumenti di controllo e prevenzione erano a disposizione delle istituzioni locali? Quali verifiche rientravano nelle competenze degli uffici comunali? C’erano segnali che avrebbero potuto essere approfonditi? E, soprattutto, è mai stata fatta una ricostruzione pubblica dell’attività di vigilanza e dei controlli amministrativi svolti in quella fase?

Prevenzione e controlli: le domande che restano

Naturalmente, non si tratta di sostenere che il Comune fosse a conoscenza delle condotte illecite o che avesse necessariamente la possibilità di impedirle. Né si possono attribuire agli uffici comunali responsabilità investigative che spettano ad altre autorità. Ma questo non esclude la necessità di chiedersi se, nell’ambito delle proprie competenze, le attività di prevenzione, vigilanza e collaborazione istituzionale abbiano funzionato e se vi siano aspetti che meritano una ricostruzione pubblica.

È proprio questa la parte che rischia di rimanere meno visibile. Si raccontano le organizzazioni criminali, si ricordano le condanne, si sottolinea la costituzione di parte civile degli enti danneggiati. Molto meno spazio viene dedicato a ciò che accade prima: ai controlli, alla trasparenza delle attività economiche, alla capacità delle amministrazioni di riconoscere eventuali situazioni anomale e alla responsabilità di non limitarsi a intervenire quando il danno è ormai avvenuto.

La lotta alla criminalità organizzata non può esaurirsi nella collaborazione con la magistratura e nella costituzione di parte civile nei processi. Deve passare anche attraverso una prevenzione concreta, un sistema di controlli efficace e la disponibilità delle istituzioni a rendere conto del proprio operato.

Cosa può offrire l’incontro del 12 novembre

L’incontro promosso da Libera potrebbe quindi rappresentare un’occasione per andare oltre la ricostruzione giudiziaria del Processo Radici e affrontare anche queste domande. Perché parlare del ruolo delle istituzioni significa parlare non soltanto di come reagiscono quando un’infiltrazione mafiosa viene scoperta, ma anche di come si attivano per evitare che possa radicarsi.

Costituirsi parte civile dopo che il danno si è verificato è certamente una scelta legittima. Ma per i cittadini resta una domanda: prima che tutto questo accadesse, chi si occupava di prevenire?

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