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Opinione – Sui compensi di Report (soldi pubblici) la trasparenza non è “violazione di dati personali”, è dovere!

Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, è intervenuto oggi sulla vicenda dei documenti pubblicati da Il Tempo sui compensi/collaborazioni di Report. Solidarietà agli inviati, richiamo al fatto che «non si pubblicano dati personali», attesa di un dossier sui pagamenti di Il Tempo stesso e focus sulla fuga di notizie interne alla Rai (con citazione di Roberto Natale: quei dati non erano noti neppure al Cda). Tutto molto istituzionale, tutto molto “difesa della categoria”, ma per noi è una posizione debole, se non contraddittoria, da parte di chi guida l’Ordine. I soldi di Report non sono soldi privati, sono risorse del servizio pubblico, finanziate dal canone e dai contribuenti, inclusi noi che facciamo ogni anno la dichiarazione dei redditi e non viviamo di reditto di giornalanza.

Quando un programma di prima serata Rai costa (secondo i numeri circolati) milioni complessivi in tre stagioni per autori e collaboratori, e quando singole figure raggiungono – secondo Il Tempo – cifre annue a sei zeri, è chiaro che esiste un interesse pubblico a sapere come vengono spesi quei fondi. Non si tratta di spiare il conto in banca di un privato cittadino, ma si tratta di verificare l’uso di risorse collettive, visto che anche stranamente anche la giurisprudenza e la prassi sulla trasparenza della spesa pubblica vanno in questa direzione e visto che anche quel Garante della privacy ha più volte riconosciuto che l’interesse pubblico può prevalere, soprattutto quando i dati riguardano incarichi o collaborazioni con enti pubblici. Per lo “stupore reale” sarebbe solo la fuga selettiva di dati di collaboratori “sgraditi”, ma la fuga va ovviamente indagata dalla RAI e se ci sono responsabilità interne, punita. Ma trasformare il problema principale nella “violazione della privacy” invece che nella veridicità e nella proporzionalità dei numeri è una difesa d’ufficio. Gli stessi inviati di Report hanno già replicato, che le somme indicate non sarebbero le retribuzioni nette individuali, ma i costi complessivi dei servizi (trasferte, montaggio, produzione autogestita in regime di partita IVA). Se è così, Il Tempo ha la possibilità di correggere e precisare; se invece i numeri reggono anche al netto delle spese, allora il dibattito sui “compensi faraonici” deve restare legittimo. In entrambi i casi, nascondersi dietro il “dato personale” non chiude la questione, anzi.. C’è poi la classica mossa del «e voi quanto pagate?». Bartoli dice di attendere domani, in prima pagina, il dossier sui collaboratori de Il Tempo. Ben venga, ma è un parallelismo sbagliato.

Un quotidiano privato gestisce i propri bilanci con regole diverse rispetto a un’azienda pubblica. Se Il Tempo (o qualsiasi altro editore) paga poco i collaboratori — e di sentenze su rapporti di lavoro mascherati e compensi irrisori sappiamo tutti che, nel settore, non ne mancano — la questione va combattuta con strumenti sindacali o, eventualmente, giudiziari. Ma questo non significa assolutamente immunizzare Report da qualsiasi scrutinio sui costi del servizio pubblico. L’equo compenso e la lotta allo sfruttamento dei precari sono battaglie giuste che l’Ordine deve portare avanti, ma non possono diventare uno scudo selettivo per chi lavora in una trasmissione di punta della Rai, soprattutto quando la società televisiva stanzia milioni di euro solo per le eventuali querele legate a Report — si vedano le parole della Gabanelli nella trasmissione di Augias.