Imola – Un clima interno sempre più teso, segnato da malcontento diffuso, dimissioni e accuse dirette alla gestione delle risorse umane. È questo il quadro che emerge dal comunicato diffuso da Cobas Imola-Faenza, che interviene sulla situazione all’interno dell’ente indicato come NCI.
Nel documento, il sindacato di base descrive un contesto lavorativo definito “disfunzionale” e “autoritario”, in cui – secondo quanto riportato – cresce la disaffezione dei dipendenti, molti dei quali arrivano a chiedere il trasferimento anche dopo anni di servizio. Nel mirino non solo la dirigenza, ma anche la politica, ritenuta responsabile degli indirizzi gestionali, e le organizzazioni sindacali confederali, accusate di un atteggiamento troppo passivo.
Di seguito il comunicato integrale diffuso da Cobas Imola-Faenza:
CASERMA NCI
Alcuni rapporti finiscono in modo litigioso (ma in genere quando si litiga ci si crede ancora) altri si esauriscono per rassegnazione, perchè dopo aver esperito ogni tentativo, nulla cambia. Il risultato? Disimpegno e fuga.
I dipendenti NCI che riescono si trasferiscono in enti anche molto lontani, anche dopo molti anni di servizio, disposti a rinunciare a tanto pur di trovare un ambiente che sia almeno sufficientemente adeguato nella gestione delle risorse umane.
Dopo le spacconate sui “risultati storici” della contrattazione 2025 che concedeva ZERO sull’incremento del fondo, i finti alibi, le promesse sul 2026 già disattese (niente regolamento servizi conto terzi nei tempi garantiti, impegno generico sul welfare, ecc.), questo sistema autoritario e disfunzionale, che non gratifica economicamente e non riesce a motivare al lavoro, che non ascolta i dipendenti e che si impone spesso in modo non necessario, ha provocato rigetto e disaffezione. Ci sono servizi si trovano a perdere non solo singole unità sparse ma interi uffici.
Come Cobas siamo stati accusati di voler fare politica ma non è così: nel nostro caso l’equivalente del padrone è la politica, quella che fornisce gli indirizzi ai dirigenti e li nomina. Pertanto è alla politica che ci rivolgiamo, quella che però fino ad ora si è nascosta dietro una dirigenza incapace di mediare e capire i veri problemi, a volte di fare concessioni a prezzo zero ma che consentirebbero ai dipendenti di godere di una migliore qualità della vita (ma il dipendente deve temere e stare sottomesso per essere più obbediente!) E’ questo modo di dirigere l’Ente quello che si vuole, da parte di una amministrazione cosiddetta progressista?
E’ questo piglio direzionale accentratore, caratterizzato da inutile intransigenza e, soprattutto, mancanza di equità e di rispetto degli impegni presi (già al massimo ribasso, forse perchè la dirigenza in proporzione assorbe troppe risorse per dimostrare risparmi alla regione) quello che si considera ottimale per la gestione di questo ente così articolato e complesso?
A noi sembra inadeguato persino in una caserma, in cui qualche medaglia almeno viene riconosciuta e, se è disorganizzata, le colpe non vanno immediatamente attribuite ai soldati ma si parte dai vertici. E comunque, nonostante la gerarchizzazione, non esiste un solo capo onnisciente e onnipotente da cui tutto deve filtrare.
Un esercito può resistere anche con molte perdite, ma un generale solo, senza nessuno alle spalle, non va da nessuna parte. A questo quadro già fortemente critico si aggiunge un ulteriore elemento di grave preoccupazione: il ruolo delle organizzazioni sindacali confederali.
Di fronte a dinamiche così evidenti di impoverimento delle condizioni lavorative, di svuotamento del confronto e di progressiva disaffezione del personale, ci si sarebbe aspettati una presa di posizione chiara, autonoma e determinata.Al contrario, si registra troppo spesso un atteggiamento rinunciatario, quando non addirittura di silenziosa acquiescenza. Un atteggiamento che, per molti lavoratori, appare riconducibile alla logica delle “tre scimmie”: non vedere, non sentire, non parlare.
Una postura che rischia di essere percepita come funzionale alla conservazione di posizioni consolidate e di spazi di interlocuzione privilegiata, più che alla reale tutela collettiva.Il risultato è un ulteriore indebolimento della rappresentanza, proprio nel momento in cui i lavoratori avrebbero maggiore bisogno di un presidio forte, libero e non condizionato.Perché quando anche chi dovrebbe vigilare abbassa la guardia, il sistema si sbilancia definitivamente a sfavore di chi lavora
COBAS IMOLA FAENZA
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