Un nuovo “passaporto digitale” sta per entrare nelle nostre vite. Stavolta non serve per viaggiare o per entrare in un bar durante la pandemia, ma per navigare su internet. Ursula von der Leyen lo ha annunciato il 15 aprile 2026: un’app europea di verifica dell’età, basata su zero-knowledge proof (ZK), che dovrebbe permettere di dimostrare di essere maggiorenni senza rivelare dati personali alle piattaforme.
L’intento dichiarato è nobile: proteggere i minori da contenuti violenti, pornografici o dannosi. Eppure, come osserva con lucidità Patricia Cerinsek nel suo commento su Substack (Prima il passaporto vaccinale, ora il passaporto digitale), questa iniziativa rischia di essere l’ennesimo passo verso una sorveglianza di massa presentata come tutela dei più deboli.
I precedenti che fanno riflettere
Bruxelles ha già collezionato diversi fallimenti su questo fronte. Il Chat Control nella sua prima versione voleva scansionare tutte le comunicazioni private e pubbliche: bocciato per i rischi liberticidi. L’obbligo di verifica dell’età sui siti pornografici ha prodotto più VPN che risultati concreti. Il Parlamento Europeo ha chiesto una età minima di 16 anni per i social network, ma senza indicare come realizzarla davvero.
Ora la Commissione propone una “terza via”: l’utente carica il documento d’identità nell’app, verifica la propria faccia in tempo reale, e riceve un codice QR o una attestazione anonima di maggiore età. Le piattaforme vedrebbero solo “sì/no”, non i dati sensibili. Almeno sulla carta.
Il rischio della “pista scivolosa”
Cerinsek sottolinea il punto centrale: l’anonimato promesso vale solo verso le Big Tech. Lo Stato, invece, saprà esattamente quante volte un cittadino ha richiesto un certificato di età. L’app è progettata per essere scalabile e ampliabile ad altre fasce d’età (14 anni, over 65, ecc.). Francia vuole già integrarla nel suo portafoglio di identità digitale nazionale.
Come per il Green Pass Covid, ciò che nasce per un obiettivo limitato (proteggere i bambini) può facilmente trasformarsi in uno strumento di controllo sociale più ampio. Vulnerabilità tecniche, possibilità di aggiramento con VPN, centralizzazione dei dati e normalizzazione della sorveglianza sono rischi concreti, non paranoie.
La Corte di Giustizia UE ha più volte ribadito il divieto di sorveglianza di massa indiscriminata. Eppure, sotto la bandiera della “protezione dei minori”, si sta costruendo un’infrastruttura che potrebbe essere usata domani per limitare l’accesso a informazioni, opinioni o contenuti scomodi.
Proteggere i bambini online è un dovere, ma trasformare ogni cittadino in un soggetto che deve “dimostrare” la propria età per navigare in modo libero su internet è una scelta politica pesante. Come scrive Patricia Cerinsek, questa non è solo una app: è un altro mattone nel muro di un controllo sociale europeo sempre più pervasivo, giustificato con le migliori intenzioni. La domanda rimane aperta: stiamo davvero proteggendo i più giovani, o stiamo solo abituando tutti noi a vivere con un passaporto digitale sempre in tasca?
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