Sold out, standing ovation e una puntata di geopolitica nel parco della Pro loco. Islamabad riflette, noi anche…
Casalfiumanese, ieri sera, ha risolto un problema che l’Onu si porta dietro da decenni: dove si misura, davvero, lo stato della libertà di stampa mondiale? A Islamabad, a Ginevra, o nel parco di Villa Manusardi, tra coda per entrare, posti esauriti e standing ovation per il giornalista di sinistra Sigfrido Ranucci.
L’ex volto di Report ha portato in scena Diario di un trapezista, ha salutato il pubblico come si saluta un congresso internazionale e ha chiuso il cerchio con la notizia che doveva far riflettere tutti: «In Pakistan hanno parlato del mio caso, si sono posti il problema della libertà di stampa in Italia». Ecco. Il Punjab ha alzato lo sguardo dalla propria agenda — giornalisti uccisi, redazioni sotto scorta, leggi sulla blasfemia — e ha capito che il punto era Casalfiumanese, un comune sotto guida del PD. Questo dovrebbe farci riflettere, ha detto e il parco ha riflettuto in piedi.
Non è colpa del pubblico prevalentamente di sinistra. Il pubblico ha fatto quello che fa un pubblico quando lo chiede la politica: ha riempito i posti, ha fatto la fila, ha applaudito l’ex conduttore dopo l’addio alla trasmissione. Il salto di scala è un altro. Una serata di cineforum in un comune della valle del Santerno viene offerta come prova che il pianeta sta discutendo l’Italia. Come se Villa Manusardi fosse una succursale di Reporters Without Borders e il Pakistan, per tradizione consolidata, il ministero degli Esteri dei diritti civili europei.
Il caso, in sé, non è una barzelletta. Il 16 ottobre 2025 una bomba esplose sotto casa di Ranucci a Torvaianica: due auto distrutte, nessun ferito. Poi arrivarono gli arresti degli esecutori. Poi Valter Lavitola, amico del giornalista, ammise di aver commissionato l’azione: per il suo bene, per alzargli la scorta, secondo lui; per accrescerne la popolarità, secondo il gip. Ranucci ha sempre detto di avere la coscienza a posto e che, se servisse, cenerebbe anche con Totò Riina. Intanto la Rai lo ha tolto dalla conduzione di Report, lui ha annunciato la battaglia della vita per la libertà di stampa. Ieri l’ha portata in Emilia, con piano sicurezza, divieto di lattine e droni, interrogazioni di Fratelli d’Italia sul patrocinio comunale e applausi da prima della Repubblica., in una regione dove i giudici rossi condanno i gironalisti senza mai ascoltare i loro testimoni che per caso erano di destra.
Funziona, lo schema prima l’attentato, poi l’inchiesta che non va dove doveva andare, poi la Rai, poi il paese che ti accoglie. Poi il Pakistan, che — udite udite — si pone il problema. Ogni pezzo diventa capitolo dello stesso romanzo: non succede qualcosa a un giornalista; succede qualcosa alla “democrazia”, e il giornalista (di sinistra) è il termometro di questa demoncrazia rapresentata dalla sinistra. Se il termometro sta in un parco con la Pro loco, tanto meglio: la provincia dimostra che il popolo c’è. Se qualcuno nota che tra Pomezia, Lavitola e Islamabad il nesso è un po’ elastico, è perché non ha capito la risonanza internazionale.
La risonanza, ieri, si sentiva. Era quella di una platea piena e di un monologo che sa già come finisce: applauso, libertà di stampa, io. Il resto — chi ha messo la bomba, perché l’ha messa, cosa sapeva chi, perché un amico finisce in mezzo all’ordinanza — resta nei verbali. In scena resta il trapezista, in bilico tra la scorta e il sipario, a spiegare che il mondo intero sta parlando di lui. Anche il Pakistan. Anche Casalfiumanese, che da ieri è ufficialmente osservatorio privilegiato delle libertà civili globali.
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