L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. In assenza di una norma nazionale, la Regione applica la sentenza della Corte costituzionale, limitando l’accesso alle persone affette da patologie irreversibili, fonte di sofferenze ritenute intollerabili, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale e pienamente capaci di decisioni consapevoli. Prima di ogni valutazione, il paziente dovrà ricevere informazioni complete sulle terapie disponibili, comprese le cure palliative, e la verifica dei requisiti sarà affidata a strutture del Servizio sanitario regionale.
Dietro il linguaggio istituzionale e i richiami ai “diritti” si nasconde una svolta culturale e sanitaria di portata enorme. Lo Stato regionale non si limita più a curare o ad accompagnare, ma organizza e legittima la morte su richiesta. Le procedure “rigorose e multidisciplinari” non eliminano i rischi strutturali: la valutazione della “intollerabilità” della sofferenza rimane soggettiva, la pressione psicologica su pazienti fragili, anziani o isolati può diventare pesantissima, e la linea tra libera scelta e rinuncia indotta si assottiglia rapidamente.
I pericoli sono concreti. Nei Paesi che hanno percorso strade simili si è assistito a un allargamento progressivo dei criteri, a un aumento dei casi e a una normalizzazione culturale della morte come soluzione. Le cure palliative, che dovrebbero essere il vero investimento prioritario, rischiano di diventare l’opzione secondaria. I medici e gli operatori sanitari vengono spinti in un ruolo che contraddice il principio fondamentale di non nuocere. E le persone più vulnerabili – anziani, disabili, malati cronici – possono percepire il messaggio implicito che la loro vita abbia un costo o un peso eccessivo.
Non si tratta di negare la sofferenza né di imporre una visione ideologica. Si tratta di riconoscere che trasformare la morte assistita in un diritto erogato dal sistema sanitario pubblico apre una porta da cui è difficilissimo tornare indietro. Quando una Regione decide che organizzare la fine della vita è un atto di civiltà, mentre continua a faticare su liste d’attesa, assistenza domiciliare e sostegno reale alle famiglie, allora siamo arrivati alla follia.
Via libera al suicidio assistito in Emilia-Romagna: una scelta pericolosa mascherata da progresso
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