A Imola parte «Pedalare verso l’autonomia»: Trama di Terre, Comune, associazioni ciclistiche e una chiamata alla città perché doni bici usate, caschetti e seggiolini. Il comunicato è già scritto nel linguaggio tipico della sinistra e delle sue solite femministe: «emancipazione», «integrazione», «sostenibilità», «contrasto alle disuguaglianze» — e chi non crede alle loro storielle, come al solito, diventa il cattivo della città.
A nessuno è vietato insegnare a pedalare e a nessuno è vietato svuotare la propria cantina, ma il punto qui è un altro. Una rete associativa ideologizzata occupa troppo spesso lo spazio pubblico, parla in nome delle (loro) donne e delle migranti, e ogni stagione trova un oggetto da mettere in vetrina: ieri lo sportello «antiviolenza» e la tavola rotonda, oggi il manubrio. L’associazione ha diritto di esistere, ma non ha il diritto di far passare ogni propria iniziativa per interesse generale della città, perché Trama di Terre non è un circolo ciclistico, ma un soggetto politico che secondo noi, sembra aver trasformato la terra dell'”accoglienza, intercultura e antiviolenza” in una trama stabile di finanziamento pubblico.
Quando lancia un corso di bici e ci mette sopra la parola «libertà», non fa più semplice educazione stradale: fa propaganda. Come al solito, chiede mezzi e applausi, mentre chi domanda quali siano le priorità viene subito dipinto come insensibile alla «violenza». Perché, verrebbe da chiedersi, senza la «violenza» da combattere, su cosa si reggerebbe questo eterno meccanismo di finanziamenti, comunicati e visibilità? Il trucco funziona perché a Imola certe associazioni non si discutono: si benedicono, soprattutto quando la politica PD apre loro la porta dei finanziamenti pubblici.
Se avete visto, il progetto non è per chiunque abbia bisogno di muoversi senza auto, è solo per le donne accolte da loro. La madre italiana senza patente, l’operaio fuori turno e l’anziana in frazione possono aspettare. Se la bicicletta è «autonomia», per loro quell’autonomia ha un recinto: si sceglie il destinatario che rende il gesto «giusto», gli altri restano alla vita privata. Ovviamente la giunta PD firma, Elisa Spada parla di «indipendenza, in particolar modo» per le donne migranti: questo non è un dettaglio, è una linea politica. Imola sinistra spinge per piste ciclabile mentre taglia gli alberi nel periodo di nidficazione, Bike to Work e comunicati “verdi”; agganciare a quella macchina propagandistica un progetto del genere è coerente con la loro poltica, ma non con un Comune che dovrebbe pensare prima ai propri residenti e ai propri poveri.
L’integrazione vera è lingua, lavoro, codice, uscita dal circuito, non un laboratorio di equilibrio con comunicato. Chi dipende da un percorso protetto non diventa libera perché sta in sella: diventa più mobile nello stesso recinto. Metterla in strada inesperta, magari con un bambino sul seggiolino donato, non è emancipazione automatica: è anche traffico e responsabilità. Ma, a Imola, il copione è noto: chi critica il sistema associativo-comunale è nemico delle «”donne”, diremo di certe donne; chi ricorda le italiane in difficoltà «fa gerarchie»; chi chiede priorità può pedalare da un’altra parte. Siccome crediamo che i proventi per l’«antiviolenza» manchino e che ci sia anche una mancanza di fondi provenienti dalle costituzioni di parte civile, allora hanno pensato di insegnare a pedalare alle migranti, ovviamente non dimenticando di chiedere i fondi al Comune PD, comune che puoi si lamenta del governo Meloni quando in città mancano delle strutture per persone anziane con o senza demenza.
Insegnare a pedalare può servire e donare una bici può essere un gesto pulito, ma trasformare tutto questo in una campagna sull’”autonomia” delle donne migranti è la solita politica ipocrita di sinistra. La libertà non la distribuisce un’associazione e non arriva con un telaio usato: arriva con lavoro, regole e una città che smette di scegliere chi merita la scena.
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