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Quando la verità diventa reato: il doppio standard della magistratura tra chi guadagna dal disastro e chi lo subisce

C’è chi non crea aziende, non produce valore e non scommette sulla crescita. Scommette solo sul crollo, e quando il crollo arriva, incassa. Sono gli attivisti short seller, presentati come “cacciatori di frodi”, ma dietro questa etichetta si nasconde un meccanismo semplice e brutale.Individuano un’azienda quotata, aprono una posizione short, poi pubblicano un report aggressivo con accuse anche vere: ricavi gonfiati, bilanci opachi, promesse esagerate.

A quel punto il mercato reagisce immediatamente, il titolo precipita, l’azienda rischia il fallimento, i lavoratori il post del lavoro, ma chi aveva scommesso contro ricompra a prezzi minimi, realizzando profitti consistenti. Più rapido e violento è il crollo, più alto è il guadagno e qui non si tratta solo di speculazione: si tratta di vite schiacciate dalla velocità della speculazione. Posti di lavoro persi, famiglie in difficoltà, competenze distrutte. Tutto mentre qualcuno, dall’altra parte, incassa sulla caduta e qui a nostro parere emerge il paradosso italiano più inquietante.

Se uno short seller pubblica accuse vere, anche espresse con toni drammatici e allarmistici, i tribunali tendono a considerarle legittime. «I fatti sono veri, quindi è esercizio di informazione». L’operazione viene difesa come trasparenza del mercato. Il profitto sul crollo resta intatto. Ma se un semplice cittadino, un imprenditore o un rappresentante dell’azienda colpita dice la verità con toni altrettanto forti, scatta un altro criterio nella mente dei giudici: la “continenza”. Allora non basta che ciò che si dice sia vero, il giudice a seconda del corrente ideologico può ritenere il modo in cui lo si dice quella verità eccessivo, irrispettoso o “non continente”. Ed ecco come quella verità diventa punibile.

Tradotto: Chi scommette sul fallimento di un’azienda e guadagna milioni può usare parole dure senza conseguenze. Chi invece subisce un danno e prova a difendersi con forza rischia di essere condannato proprio per il tono usato. Questa è la giustizia italiana a due velocità (che i ragazzi su TikTok non vedono mentre “difendono” la Costituzione): tollerante con chi colpisce e incassa, più severa con chi viene colpito e reagisce. Un doppio metro che lascia l’amaro in bocca. Da una parte si permette che la verità, quando detta da chi trae profitto dal crollo, possa accelerare la distruzione di imprese reali, ma dall’altra, la stessa verità, quando detta da chi sta subendo il danno, può essere sanzionata per “eccesso di forma”.

Tutto resta legale, ma essere legale non significa essere giusto, soprattutto in un Paese fatto di imprese che danno lavoro concreto alla gente. Allora fino a che punto è accettabile che la speculazione possa schiacciare vite e aziende, protetta da un sistema giudiziario che sembra applicare regole diverse a seconda di chi parla? Perché alla fine, dietro i report e i grafici, non ci sono solo numeri, ci sono persone, famiglie e posti di lavoro e mentre qualcuno incassa sul disastro annunciato, altri pagano il prezzo più alto…