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Domenica delle Palme – Osanna oggi, guerra domani: come l’attesa del Messia politico sta incendiando il Mondo

Mentre le palme continuano a sventolare nelle chiese di tutto il mondo, ricordando l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, il Medio Oriente vive un ennesimo ciclo di violenza e tensione.

In questo inizio del 2026, il cessate il fuoco fragile a Gaza tiene a stento, mentre Israele è impegnato su più fronti: operazioni contro Hamas, escalation con Hezbollah in Libano e scontri diretti con l’Iran. Eppure, dietro la superficie geopolitica, militare ed economica, si nasconde una motivazione più antica e profondamente sbagliata che molti analisti laici faticano a riconoscere: l’attesa di un Messia politico, di una redenzione nazionale che arriva con la forza delle armi, la vittoria territoriale e il dominio.

Duemila anni fa, la folla che accolse Gesù agitava rami di palma e gridava «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele!». Non acclamavano un maestro spirituale o un profeta di umiltà. Aspettavano il Messia promesso dalle Scritture: un re discendente di Davide che avrebbe sconfitto i Romani, liberato la “Terra Santa”, ricostruito il Tempio e inaugurato un’era di giustizia e sovranità ebraica su questa terra. Era un’attesa concreta, politica, nazionale. Quando Gesù scelse invece un asinello – simbolo di umiltà e pace, come profetizzato da Zaccaria – e parlò di un Regno «non di questo mondo», quella stessa folla, delusa, passerà in pochi giorni dal plauso alla richiesta di crocifissione.

Oggi, in una parte significativa del sionismo religioso israeliano (soprattutto nelle correnti Hardal e tra alcuni esponenti influenti della coalizione di governo), quell’antica attesa si è risvegliata con forza. La guerra non è letta solo come risposta necessaria all’attacco del 7 ottobre o come difesa esistenziale. Per molti è interpretata come i «dolori del parto del Messia» (chevlei mashiach): le contrazioni dolorose che precedono la redenzione finale. La vittoria militare, l’espansione degli insediamenti, il controllo pieno della terra “biblica”, la possibile ricostruzione del Terzo Tempio diventano segni concreti del compimento profetico. Non si aspetta più soltanto un Messia personale: si invoca un’era messianica che si realizza attraverso la forza, il dominio politico e la sovranità assoluta su ciò che la Bibbia chiama “Eretz Israel”.È qui che la Domenica delle Palme diventa un messaggio di drammatica attualità. Gesù ha offerto un modello radicalmente diverso: il Re che entra in città non sul cavallo da guerra del conquistatore, ma sull’asinello dell’umiltà. Il suo trionfo non passa per la spada, ma per la croce. Il suo regno non si impone con la dominazione terrena, ma si realizza nel servizio, nel perdono e nella redenzione interiore dal peccato. Ha respinto la tentazione del potere politico (come già nel deserto: «tutti i regni del mondo ti darò») scegliendo la via stretta dell’amore che vince attraverso la debolezza apparente.

Proprio perché il conflitto attuale è alimentato anche da questa lettura messianica «forte» – che trasforma una disputa territoriale e di sicurezza in una narrazione sacra quasi apocalittica – il messaggio di Cristo nella Domenica delle Palme risulta più urgente che mai. La pace che offre non è l’assenza di conflitti geopolitici (che purtroppo persisteranno fino al ritorno finale), ma la riconciliazione con Dio che può cambiare anche il modo di vivere i conflitti tra popoli.

In un momento in cui retoriche messianiche infiammano una parte della società israeliana, il gesto di Gesù su quell’asinello resta una provocazione scomoda per tutti. Ricorda che il vero Re non ha bisogno di schiacciare per regnare, e che la strada della forza pura, anche quando sembra giustificata da antiche profezie, può portare esattamente dove portò allora: dal grido di «Osanna!» al grido di «Crocifiggilo!» e della distruzione completa del Tempio. Più che mai, in questi giorni di Palme del 2026, il messaggio di Cristo invita a un esame di coscienza collettivo: stiamo cercando un Messia che venga con la forza e il dominio politico, o siamo disposti ad accogliere quello che arriva nell’umiltà e nella croce? La risposta a questa domanda non determinerà solo il futuro di Gerusalemme, ma la possibilità stessa di una pace vera – non solo tregua – in quella terra che tutte e tre le religioni abramitiche chiamano santa.

Speriamo che le palme di questa Domenica non siano solo un simbolo liturgico, ma un monito vivo: c’è un’altra via, più difficile, più scandalosa, eppure l’unica che ha promesso di vincere davvero il male senza diventarne prigioniera.