Immagina per un momento un sistema giudiziario in cui si fondono due ideologie storicamente ostili alla libertà individuale: il comunismo, con la sua giustizia di classe, e l’islam politico, che considera la sharia come fonte suprema di diritto.
In questo scenario il giudice non applicherebbe più soltanto il Codice Penale e la Costituzione, ma interpreterebbe la legge secondo un doppio metro: l’interesse del “partito del popolo” e i precetti fondamentalistici islamici dall’altro. Come cambierebbe la vita quotidiana degli italiani che hanno votato secondo l’algoritmo di Tik Tok influenzato dalla sinistra?
Probabilmente un imprenditore potrebbe essere processato non solo per reati fiscali, ma anche per “sfruttamento dei lavoratori” secondo logica classista, unito a un’accusa di “offesa all’Islam” per aver criticato aspetti dell’immigrazione o della cultura religiosa.
Una donna che denuncia violenze domestiche rischierebbe di vedersi ribaltare il processo perché “non ha rispettato il marito” secondo precetti coranici, mentre il marito verrebbe assolto in nome del “diritto di correggere la moglie”. Un giornalista, un artista o un cittadino che esprime critiche verso l’islam o verso certe ideologie di sinistra potrebbe finire sotto processo per “blasfemia” o per “incitamento all’odio di classe”.
I diritti individuali – libertà di espressione, uguaglianza uomo-donna, laicità dello Stato – verrebbero progressivamente subordinati a due “verità superiori”: la lotta di classe e il bene della comunità islamica. Questo scenario, che fino a pochi anni fa sembrava pura fantascienza, è tornato prepotentemente d’attualità dopo il NO al referendum sulla riforma della giustizia. Nelle ore successive alla vittoria del No, alcuni esponenti e influencer islamici in Italia hanno pubblicamente rivendicato il proprio contributo al risultato, ringraziando per aver “difeso la Costituzione”. Festeggiamenti che hanno fatto emergere un dato inquietante: una parte della sinistra italiana ha di fatto alleato, anche solo per convenienza elettorale, con ambienti islamisti per bloccare qualsiasi riforma che puntasse a rendere la magistratura più imparziale e separata dal potere politico. È proprio la sinistra con il suo rifiuto della separazione delle carriere e la sua tendenza a considerare ogni critica alla magistratura come un “attacco alla democrazia” – ad aver aperto la porta a questo pericoloso ibrido. Difendendo strenuamente lo status quo di una magistratura fortemente ideologizzata a sinistra, il PD e i suoi alleati hanno consapevolmente creato le condizioni perché influenze esterne, inclusa quella islamista, possano infiltrarsi più facilmente nel sistema giudiziario.
Quando giudici e pubblici ministeri condividono la stessa carriera e la stessa visione ideologica, diventa infatti più semplice far passare sentenze ispirate non solo al marxismo culturale, ma anche a elementi di diritto religioso incompatibili con la nostra tradizione laica. L’Italia ha scelto di non cambiare. Ha deciso di mantenere una giustizia che la sinistra ha difeso con ogni mezzo, inclusa l’alleanza tattica con chi ha obiettivi molto diversi dai valori liberali e democratici. Ora che il No ha vinto, spetta alla società civile e alla politica laica vigilare con attenzione. Perché una magistratura che perde progressivamente la propria neutralità è diventa ideologica e religiosa non è più uno strumento di giustizia: diventa uno strumento di sottomissione e la responsabilità di aver portato il Paese su questa strada ricade in primo luogo su chi, per anni, ha trasformato la difesa della magistratura in una bandiera ideologica.
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