Il comunicato della Commissione Pari Opportunità del Comune di Imola, diffuso il 3 marzo 2026 in vista dell’8 marzo, si presenta come una denuncia urgente contro un presunto “attacco continuo e ripetuto ai diritti delle donne”. In realtà, si tratta di un esercizio di ideologia tossica, vittimista e divisiva, che trasforma normali processi legislativi, scelte economiche e riforme tecniche in un complotto patriarcale orchestrato da un “conservatorismo oscuro e ottuso”. Lungi dal promuovere vere pari opportunità, questo testo alimenta una narrazione di oppressione perpetua, ignora i fatti concreti e strumentalizza temi sensibili per un’agenda politica di parte, trasformando un organo istituzionale in megafono di propaganda radicale.
Prendiamo le accuse principali. Sul fronte del consenso nella violenza sessuale, la CPO scrive: “Si presume che il corpo delle donne sia sempre disponibile per il desiderio maschile, un territorio di conquista che evoca i vecchi miti del ‘un no significa sì’ o del ‘chi tace acconsente'”. E ancora: “la norma della senatrice Bongiorno” nutre “la mentalità e il pensiero che sostiene la violenza”. Queste frasi dipingono la proposta Bongiorno come un regresso sessista che sposterebbe l’onere sulla vittima. Ma la realtà è opposta: l’emendamento approvato in Commissione Giustizia al Senato a gennaio 2026 sostituisce il modello del “consenso libero e attuale” (approvato alla Camera) con quello del “dissenso”, adottando l’approccio tedesco già collaudato in Europa. Il testo specifica che l’atto è contrario alla volontà “anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”. Non si presume nulla sul corpo delle donne: si tutela esplicitamente il freezing e il blocco psicologico, rafforzando le pene e allineandosi a standard internazionali senza ambiguità ideologiche. Accusare questa riforma di “nutrire la violenza” è non solo infondato, ma controproducente: blocca un’evoluzione pragmatica che potrebbe ridurre i reati, preferendo un dogma del “consenso esplicito” che in contesti reali complica le indagini senza aggiungere protezioni concrete.
Ancora più surreale l’attacco sui congedi parentali: “La parità, la co-genitorialità per distribuire il lavoro di cura fra donne e uomini non è un obiettivo della maggioranza di Governo”. E: “Troppo rischioso per la conservazione di una mentalità patriarcale che da sempre assegna alle donne un doppio lavoro (uno dei quali a costo zero) o le vuole fuori dal mondo del lavoro”. La proposta bocciata in Commissione Bilancio a febbraio 2026 – cinque mesi obbligatori al 100% per i padri, estesi alla maternità – è stata respinta per mancanza di coperture finanziarie: la Ragioneria ha giudicato “inidonee” le risorse, con oneri stimati oltre i 3-4 miliardi annui in un Paese con debito pubblico altissimo e calo demografico da affrontare con misure sostenibili. Non c’è complotto sessista: è elementare realismo economico. L’attuale sistema (5 mesi madri all’80%, 10 giorni padri al 100%, più facoltativi) è già generoso rispetto a molti Paesi europei. Attribuire il no a una volontà di confinare le donne a “madre, moglie, nonna” ignora che forzare congedi lunghi obbligatori potrebbe penalizzare carriere maschili e non risolve i veri ostacoli alla natalità (costi vita, precarietà). È propaganda che usa il tema demografico per accusare la maggioranza, mentre le opposizioni (prima firmataria Schlein) propongono regali elettorali insostenibili.
Sul presunto smantellamento delle consigliere di parità, il comunicato avverte: “È in corso il lavoro per un decreto legislativo che abolisce le consigliere di parità a favore di un organismo centralizzato con sede a Roma”. “Ciò significa smantellare un servizio a supporto del contrasto alle discriminazioni sul lavoro”. Questo è un falso allarme, perchè i decreti in discussione (febbraio 2026) recepiscono direttive UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva e 2024/1499-1500 sugli organismi di parità, introducendo un nuovo Organismo per la parità indipendente con autonomia, non abolendo nulla. La rete territoriale resta, con focus su meccanismi più efficaci contro gap salariale (già al 5% in Italia, sotto media UE) e discriminazioni. Centralizzare alcune funzioni riduce burocrazia e costi, non accessibilità: è ottimizzazione imposta dall’Europa, non attacco patriarcale. La CPO vanta il proprio sportello a Imola come “arricchimento”, ma usa un non-problema per autocelebrarsi.
La coordinatrice Virna Gioiellieri, probabilmente l’autriece di questo comunicato tosisco, conclude: “C’è un Paese che dietro dichiarazioni di facciata con cui si dichiara di valorizzare le donne e i loro diritti, schiera donne contro altre donne per conservare la cultura patriarcale e il dominio sessista, smantellando i diritti che hanno migliorato la condizione di tutte”. Questa solita dicotomia – noi sinistre illuminate vs. loro donne di destra traditrici del patriarcato – è il cuore della tossicità, perchè divide le donne, etichetta come “di facciata” ogni politica non allineata allla loro ideologia delirante, e trasforma come d’abitudine un’istituzione di pari opportunità in strumento di scontro politico. Invece di proporre soluzioni fattibili, il comunicato preferisce vittimismo, ignorando che l’Italia ha già leggi protettive su violenza e maternità tra le più avanzate in UE, e che veri progressi richiedono pragmatismo, non narrazioni di complotto eterno.
In fondo, il comunicato della CPO non ha nulla di “pari opportunità”: è ideologia di sinistra che prospera sul conflitto, non sul miglioramento concreto delle condizioni femminili. Un 8 marzo usato per scioperi e dissenso sterile, mentre le donne vere – lavoratrici, madri, vittime – meriterebbero istituzioni serie, non pamphlet divisivi.
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