Una cinquantina di aziende – Lamborghini in testa, Philip Morris, Hera, Aeroporto Marconi, Tper, Crif e il resto – radunate con i sei centri antiviolenza del bolognese, Città metropolitana, Regione e il cast fisso: consulenti ESG, economiste di genere, filosofi del “dialogo attivo”, attiviste digitali.
Il comunicato della Città metropolitana lo chiama “Impresa Comune – Prevenire e contrastare la violenza di genere: un’alleanza tra Aziende, Istituzioni e Centri Antiviolenza”. Tema ufficiale: “prevenire la violenza sul lavoro e aprire porte all’inserimento delle vittime”. Emily Clancy parla di “alleanza fondamentale”, Lucia Ghirardini da Lamborghini ricorda che la Rete CapoD esiste dal 2019 per “progetti concreti di parità”. Si citano il 94% di violenze da noti, protocolli per autonomia, posti letto in più, lavoro nelle scuole ECCO!. Tutto luccicante, nobile, condiviso.
Ma sotto la vernice c’è la solita storia: il rating ESG che comanda tutto. Un punteggio che spalanca prestiti green a tassi ridicoli, fondi sostenibili, appalti pubblici, scudo da boicottaggi. Migliorare il “S” sociale – parità, protocolli anti-mobbing, inserimento vittime – è la scorciatoia più comoda e indolore per gonfiare quel numero. E chi la fa? I consulenti ESG, che non lavorano certo in beneficenza: trasformano la “cultura del rispetto” in azioni da misurare, certificare, reportare. Finiscono nei bilanci di sostenibilità, nei questionari Sustainalytics o MSCI, e valgono punti, soldi, immagine patinata.
In questo schema le vittime diventano l’occasione d’oro per “innovazione sociale”: un percorso certificato che fa bene al rating, al brand, al bilancio. I costi? Bilanci base da 320-720 €, certificazioni intorno ai 6.500 €, consulenza su misura a seconda di quanto vuoi spendere per sembrare virtuoso.Non a caso i cosidetti centri “antiviolenza” ci stanno dentro a pieno titolo: da questi protocolli piovono fondi pubblici e privati, risorse fresche da gestire e la politica locale (PD-centrosinistra metropolitano) si pavoneggia di stare “dalla parte giusta della storia”, infilando tutto nel Piano Strategico Bologna 2050.
Cosi, le aziende se ne vanno con un malloppo di punti ESG pronti all’uso, senza dover cambiare una virgola: turni pesanti, stipendi da fame, contratti precari che tengono milioni di persone – donne soprattutto, ma non solo – con il fiato sospeso tra dignità e sopravvivenza.
Il comunicato non parla di questo, ovvio, ma noi invece ve lo diciamo senza giri di parole, quello che loro chiamano la “sostenibilità sociale” è diventata un business spietato e la violenza di genere si è trasformata nell’argomento più redditizio del decennio, un’emotività perfetta da quantificare, da certificare e da monetizzare. Tutto per scalare classifiche, sbloccare finanziamenti agevolati, vincere gare, schivare polemiche e far brillare i bilanci di sostenibilità come specchi. Un meccanismo che gira a meraviglia, formalmente ineccepibile, ma la domanda resta… quanto di questo circo serve davvero alle vittime, e quanto serve al sistema che lo lucida e ci campa?
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