Oggi pomeriggio, nella Sala del Consiglio Comunale di Imola, si è celebrato l’80° anniversario del voto amministrativo alle donne. Ufficialmente, un momento istituzionale e di memoria condivisa. In pratica, una passerella di parte, con tanto di corda e di applausi selettivi e freddezza ideologica. Il pubblico presente nell’emiciclo sacro — dove, come alcuni ben sapete, era stata addirittura messa una corda per impedire al fotogiornalista di TuttoImola, non allineato alle politiche del PD, di fare il suo lavoro — e anche nelle file riservate ai cittadini, ha dato un segnale inequivocabile. Quando ha parlato il presidente Roberto Visani (PD), le mani si sono alzate per applaudire, ma subito dopo, quando è toccato al vicepresidente Simone Carapia (Fratelli d’Italia), nessun applauso, così che al suo posto si è fatto sentire quell’astio tipico della sinistra. Un segnale chiaro, quasi didascalico, che la platea era in larga maggioranza di una sola parte politica. Chi rientrava in quella cornice condivisa ha ricevuto il suo premio, mentre chi ha osato una lettura diversa è stato messo in stand-by.
Non è un dettaglio di costume, ma la fotografia di come, a Imola, certe ricorrenze diventano monopolio ideologico. L’anniversario del 24 marzo 1946 — il giorno in cui le donne imolesi votarono per la prima volta e cinque di loro entrarono in quest’aula — avrebbe dovuto essere patrimonio di tutti. Invece, è stato trattato come una festa di sinistra, con tanto di documentario selettivo della storia (Voci di donne in cammino per la democrazia). Nel documentario c’è un salto dal 1925 al 1940, durante il quale si evita di parlare di quella legge n. 2125, detta “voto delle signore”, quando proprio il governo Mussolini estese il diritto di voto amministrativo (elezioni comunali) ad alcune categorie di donne di almeno 25 anni: decorate al valore, madri o vedove di caduti in guerra, donne che esercitavano la patria potestà, istruite (con determinati titoli elementari) o con un certo reddito o determinate tasse da pagare, oltre ad altre condizioni specifiche.
Come al solito, Carapia, nella sua doppia veste di vicepresidente e di esponente della destra di governo, ha rifiutato la retorica progressista di default della maggioranza PD e del suo pubblico abbonato. Ha parlato di come quelle donne non chiedessero quote rosa o tutele speciali da “categoria debole”, ma cittadinanza piena, parità di doveri e il diritto di servire la comunità e la Patria. Ha rivendicato che la vera emancipazione passa dal merito, non dalle concessioni matematiche, come ancora pretendono alcune fanciulle ingrassate del PD. Ha ricordato che la prima donna a capo del Governo italiano è arrivata dalla Destra, non per casella di genere, ma per capacità e consenso. E ha spostato il discorso sul presente: famiglia, natalità, libertà di scelta tra lavoro e maternità, rifiuto del livellamento per decreto.
Un ragionamento politico netto, conservatore e di governo, che non ha ricevuto applausi, mentre quello precedente sì: questo dice più sul pubblico presente che sulle parole pronunciate. In un’aula che dovrebbe rappresentare tutta la città, la memoria dell’80° anniversario è passata attraverso un filtro. Chi non ha recitato la parte prevista è stato lasciato parlare nel vuoto, e il rispetto istituzionale per il vicepresidente è evaporato all’istante.
Qui sotto l’intervento integrale di Simone Carapia. Vale la pena leggerlo per intero, senza mediazioni e senza gli applausi di rito. Poi ognuno tragga le proprie conclusioni su cosa significhi, oggi a Imola, celebrare la democrazia compiuta — e su chi, oggi, ha deciso che non lo fosse.
Intervento integrale di Simone Carapia, vicepresidente del Consiglio Comunale di Imola
Signor Presidente, colleghi Consiglieri, rappresentanti della Giunta e cittadini di Imola,
Prendo la parola in quest’aula con un profondo senso di responsabilità, nella mia duplice veste di Vice Presidente del Consiglio Comunale e di rappresentante di Fratelli d’Italia, per celebrare l’80° anniversario di quel 24 marzo 1946: il giorno in cui le donne imolesi esercitarono per la prima volta il diritto di voto, portando cinque consigliere a sedere in questa assemblea.
Da questo scranno istituzionale, che ho l’onore di occupare a garanzia della dignità e della democrazia di tutto il Consiglio, voglio dire con assoluta chiarezza che questa ricorrenza non può, e non deve, essere ridotta a un monopolio ideologico o a una passerella di retorica progressista. Come Vice Presidente, ho il dovere di tutelare la memoria storica condivisa di questa città; come esponente della destra patriottica, conservatrice e di governo, ho il diritto e il dovere politico di rivendicarne la lettura più autentica. Il 1946 non segna l’inizio del femminismo ideologico che divide, ma l’inizio della democrazia compiuta per la nostra Nazione.
Le donne che ottant’anni fa affollarono i seggi di Imola, facendo registrare un’affluenza straordinaria, non chiedevano “quote rosa”, corsie preferenziali o quel paternalismo di cui certa sinistra è ancora oggi profondamente intrisa. Non cercavano tutele speciali in quanto “categoria debole”. Chiedevano cittadinanza, sovranità, parità di doveri e il diritto sacrosanto di servire la propria comunità e la propria Patria. La vera emancipazione, quella in cui noi crediamo fermamente, non si ottiene per gentile concessione matematica, per regolamento o per imposizione normativa. Si ottiene attraverso il merito, la competenza, la fermezza e il coraggio dimostrati sul campo.
Mentre altri si arrogano da sempre, con una presunzione che la storia ha smentito, il diritto esclusivo di rilasciare patenti di “rappresentanza femminile”, i fatti odierni raccontano un’altra verità. È stata la destra identitaria a scardinare concretamente il tetto di cristallo, portando per la prima volta una donna alla guida del Governo italiano, non per logiche di facciata o per riempire una casella di genere, ma per capacità, coerenza e consenso popolare. Questo è il nostro modello: la libertà di competere ad armi pari, basata sul valore delle persone.
Il ruolo istituzionale che ricopro mi impone di non guardare a questa ricorrenza come a una semplice pagina da album dei ricordi. Celebrare oggi le prime consigliere del 1946 significa assumersi la responsabilità politica delle sfide del presente, portando lo scontro sui contenuti reali e non sui simboli astratti. La vera libertà per una donna, oggi, a Imola come nel resto d’Italia, non si misura sui palchi del politicamente corretto, ma sulla capacità delle istituzioni di garantire la libertà di scelta. Oggi, la vera ingiustizia sociale è che una donna debba ancora trovarsi di fronte al bivio doloroso tra la propria realizzazione professionale o politica e la sacrosanta scelta della maternità.
La nostra battaglia politica si combatte qui, ogni giorno, in questo Consiglio: significa sostenere concretamente la famiglia, difendere la natalità che è il futuro della nostra comunità, valorizzare il merito e garantire pari opportunità di partenza, rifiutando l’idea di voler livellare i risultati per decreto.
Voltiamo pagina rispetto alla retorica buonista. Onoriamo le pioniere di ottant’anni fa continuando a lavorare per un’istituzione trasparente, efficiente e per una Nazione in cui il valore delle persone – uomini o donne che siano – si misuri unicamente sulla dedizione, sul sacrificio, sulla lealtà e sul servizio al popolo.
Grazie. usa questa immagine
Una cerimonia istituzionale dovrebbe riservare lo stesso rispetto a tutti gli oratori?



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