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Imola, quando una telecamera non basta: l’episodio di via Appia e le domande sulle immagini

Ieri a Imola abbiamo assistito personalmente, per la prima volta, a una situazione di cui avevamo sentito parlare, ma che non avevamo mai visto nella realtà: un uomo che si fa male da solo durante un intervento delle forze dell’ordine.

Abbiamo visto un uomo procurarsi delle lesioni, sbattendo la testa contro la colonna di un locale in via Appia, e abbiamo subito pensato al caso Faki, ma anche ad altre situazioni. Perché, secondo noi, il rischio di arrivare a quello che era successo a Bologna secondo noi era davvero molto alto, e non certo per l’operato delle forze dell’ordine. Anzi, dobbiamo dire che i due agenti della Polizia Locale — anzi, tre, considerando anche uno degli agenti in borghese — hanno gestito la situazione in modo molto professionale, cercando di contenere l’uomo che aveva dato in escandescenze.

Dopo che gli agenti della Polizia Locale hanno chiamato i rinforzi, sono arrivati anche quelli della Polizia di Stato. Ma l’uomo sembrava non riuscire in alcun modo a calmarsi. Non sappiamo esattamente quale fosse il motivo di tale agitazione, ma il fatto è che, mentre cercava di allontanarsi dalla situazione provocata dalla presenza delle forze dell’ordine, a un certo momento è rientrato nel locale, per poi uscire nuovamente e sbattere la testa contro una colonna. Poco dopo, i presenti hanno visto l’uomo sanguinare, senza che fosse mai stato toccato dalle forze dell’ordine. Alcuni dei presenti si chiedevano come mai gli agenti non lo bloccassero in modo più fermo e deciso. E qui basta pensare al caso Faki, del quale la stampa mainstream, proprio l’altro ieri, ci ricordava che era passato un mese, quasi come se a qualcuno mancasse davvero.

A pochi minuti abbiamo visto arrivare anche un’ambulanza e qui ci sarebbe da chiedersi: in situazioni di questo tipo, chi paga per il fatto che un mezzo di soccorso venga impegnato per soccorrere una persona che si procura autonomamente una ferita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine? Ma ci sarebbero anche altre domande da porsi. All’inizio di via Appia c’è una telecamera e, per le forze dell’ordine, sicuramente è più facile acquisirne le immagini, sempre ammesso che quelle telecamere funzionino davvero. Perché la presenza di una telecamera non garantisce affatto che stia registrando e, se sei un privato, non ti garantisce nemmeno che le forze dell’ordine o la Procura chiedano di acquisirne le immagini. Noi abbiamo anche qualche esperienza in questo senso.

Due volte siamo stati coinvolti in determinate situazioni, in pieno centro cittadino, e in entrambe le occasioni, stranamente, le parti coinvolte non sembrano essersi poste il problema di verificare se la telecamera di piazza Matteotti avesse registrato qualcosa: in un caso con una tizia di un centro “antiviolenza”, nell’altro con un “appena” consigliere comunale, che all’epoca era “appena maggiorenne”.

Quindi, se sei uno di quelli che chiedono la sorveglianza a tutti i costi e sei tranquillo perché pensi che tutto ciò che accade sotto una telecamera a Imola possa essere automaticamente documentato e che quella telecamera possa dimostrare per te che non sei stato tu a iniziare o ad avvicinarti, pensaci meglio. Anche perché, per un negozio o un bar, il Garante indica in genere tempi di conservazione di 24–48 ore, al massimo pochi giorni. Per le telecamere comunali di sicurezza urbana, il limite previsto è, di regola, di 7 giorni, anche se alcuni regolamenti prevedono periodi inferiori. Se nessuno chiede tempestivamente la conservazione o l’acquisizione delle immagini, il sistema può sovrascriverle e, a quel punto, il filmato può essere davvero «perso», anche se la telecamera era lì.

In quel caso ti potresti ritrovare nella situazione in cui la parte offesa abbia registrato solo l’audio, perché il video non conveniva alla sua versione della storia, così che uno sfogo diventa un reato, perché tanto, per il giudice, bastano le parole o le urla, senza necessariamente avere davanti tutto quello che è successo a monte e a valle di quella situazione.

In Italia è molto facile che chi si difende, o difende il proprio lavoro o la propria incolumità, finisca per trovarsi nella posizione di dover dimostrare non soltanto ciò che ha fatto o non ha fatto, ma anche ciò che è successo prima o dopo che iniziasse e finisse una determinata situazione. E quando le immagini non ci sono più, perché nessuno le ha acquisite in tempo, rimangono soltanto le versioni dei fatti, le testimonianze e le registrazioni audio consigliate (magari consigliate dal avvocato). Ed è proprio per questo che una telecamera può essere una tutela soltanto se le immagini vengono effettivamente registrate, conservate e, quando necessario, acquisite.

Ma proprio per questo le forze dell’ordine e le amministrazioni comunali dovrebbero predisporre un vademecum chiaro e facilmente accessibile per spiegare ai cittadini come comportarsi quando si verifica un episodio che potrebbe richiedere l’acquisizione delle immagini delle telecamere: a chi rivolgersi, entro quanto tempo farlo, come chiedere la conservazione delle registrazioni e quali sono i propri diritti. Perché dire ai cittadini “siete tutti videosorvegliati” è facile; spiegare loro come fare in modo che quelle immagini possano realmente tutelarli quando serve è un’altra cosa.