Si è riunito il Tavolo permanente del Circondario imolese sui rifiuti. Dieci amministrazioni, Hera e Atersir. Un incontro ufficiale, comunicati rassicuranti, feritoie più comode in arrivo e nuovi cassonetti del vetro in programma tra settembre e dicembre. Tutto avvolto nella retorica del “miglioramento continuo” e del “dialogo costruttivo”. Solo che il dialogo, a leggere le dichiarazioni, sembra limitarsi a quanti contenitori sostituire e in quale mese. Il resto, quello che davvero interessa chi vive il servizio ogni giorno, resta fuori dalla porta.
Il malcontento dei cittadini non è un’opinione di minoranza. È un sottofondo costante fatto di ritiri irregolari, cassonetti spesso insufficienti o mal gestiti, strade che periodicamente si trasformano in depositi improvvisati e una differenziata che continua a essere vissuta come un obbligo unilaterale. Di fronte a tutto questo, il Tavolo risponde con interventi tecnici di superficie. Feritoie più larghe e componenti elettroniche aggiornate. Come se il problema fosse solo l’ergonomia del conferimento e non la qualità complessiva di un servizio che da anni genera più frustrazione che fiducia.
E poi c’è la questione che nessuno, intorno a quel tavolo, sembra voler affrontare con la durezza necessaria: il valore economico della differenziata. La plastica e le lattine che i cittadini separano, lavano e portano via non spariscono nel nulla. Hanno un mercato. Vengono valorizzate? Generano ricavi? Eppure chi svolge il lavoro materiale di quella raccolta non riceve un centesimo. Continua a pagare la TARI e a vedere il risultato del proprio impegno trasformarsi in un affare esclusivo del gestore. Non è generosità richiesta al cittadino: è uno squilibrio strutturale che nessuno ha il coraggio di chiamare per nome. Finché la differenziata resterà un dovere gratuito e il materiale recuperato un asset aziendale, parlare di “servizio condiviso” suonerà sempre un po’ vuoto.
Sul fronte rifiuti il Circondario si accontenta di un confronto che privilegia la programmazione tecnica rispetto alla resa dei conti. E questo, in un territorio dove le lamentele non sono episodiche ma croniche, non è più sufficiente. Non bastano i calendari di sostituzione dei cassonetti. Serve qualcuno che abbia il coraggio di dire che il servizio non funziona come dovrebbe e che i cittadini non possono continuare a essere solo i finanziatori silenziosi di un sistema che valorizza il loro lavoro senza restituire nulla.
Il Tavolo permanente non è l’occasione mancata. È la conferma che, almeno per ora, le istituzioni preferiscono gestire il problema a porte chiuse piuttosto che affrontarlo con chi lo subisce ogni giorno.
Rifiuti, il Tavolo delle “buone intenzioni”lascia fuori i cittadini
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