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SACMI, Bike to Work e la retorica del chilometro virtuoso

Imola – SACMI ha comunicato di aver rinnovato l’adesione a “Bike to Work”. Nel 2025, secondo l’azienda, oltre 200 dipendenti hanno percorso più di 110.000 chilometri in bicicletta, evitando l’emissione di oltre 15 tonnellate di CO₂. Il messaggio si chiude con il richiamo al principio “Up to Us”: il cambiamento dipende da ciascuno di noi.
I numeri, presi isolatamente, reggono. Corrispondono grosso modo a quanto si otterrebbe sostituendo altrettanti chilometri di auto con la bici. Il problema è che sia l’azienda sia l’iniziativa stessa li presentano come un risultato ambientale di peso. Non lo sono.
“Bike to Work” è un progetto pubblico-privato che da anni incentiva gli spostamenti casa-lavoro in bicicletta con campagne, premi e qualche contributo. Funziona come strumento di comunicazione: è visibile, facilmente raccontabile, produce fotografie e post. Sul piano climatico, però, resta marginale. Quindici tonnellate di CO₂ risparmiate in un anno da un’azienda industriale di dimensioni rilevanti sono un dettaglio. Su scala urbana o regionale, lo stesso vale per l’intera iniziativa: non modifica in modo significativo né il parco auto circolante né le abitudini di mobilità di massa.
Il meccanismo è doppio. Da un lato l’impresa eleva un’azione limitata dei propri dipendenti a prova di sostenibilità, spostando l’attenzione dai processi produttivi ad alta intensità energetica. Dall’altro l’iniziativa pubblica offre alle aziende e alle amministrazioni un contenitore pronto all’uso per mostrarsi attive sul tema ambientale senza affrontare le questioni strutturali: infrastrutture ciclabili incomplete, trasporto pubblico insufficiente, pianificazione urbana ancora orientata all’automobile.
Il risultato è una narrazione che confonde il gesto individuale con la politica. Si celebra il dipendente che pedala e si lascia sullo sfondo ciò che determinerebbe risparmi reali e duraturi. “Bike to Work” non è dannoso. È semplicemente troppo piccolo e troppo comodo per reggere il peso retorico che gli viene caricato addosso. E quando un’azienda industriale lo usa per costruire la propria immagine green, la sproporzione diventa ancora più evidente.