“Il Ducato resiste”. Con un titolo che richiama apertamente l’idea di un potere radicato e difficile da scalfire, Imola in Comune commenta il risultato delle elezioni comunali che hanno riconfermato Marco Panieri alla guida della città con il 72,55% dei voti espressi. Ma per la candidata Paola Lanzon il dato non rappresenta il successo di una buona amministrazione, bensì “la forza di un sistema di potere radicato che, negli anni, è riuscito a trasformare anche il dissenso diffuso in rassegnazione politica”.
Nel duro comunicato diffuso all’indomani del voto, la lista civica ribalta completamente la narrazione del trionfo elettorale:
IL DUCATO RESISTE
Il voto di Imola non certifica il successo di una buona amministrazione. Certifica la forza di un sistema di potere radicato che, negli anni, è riuscito a trasformare anche il dissenso diffuso in rassegnazione politica.
A Imola, alle elezioni comunali 2026, il sindaco Marco Panieri e la sua coalizione hanno ottenuto il 72,55% dei voti espressi, ma questo dato corrisponde a circa il 39% del totale degli elettori iscritti. In altre parole, il governo cittadino si presenta come schiacciante solo se lo si guarda dentro il perimetro di chi ha votato; se invece si considera l’intera comunità elettorale, il consenso reale scende a poco più di un terzo della città.
Perché i problemi del territorio sono sotto gli occhi di tutti: manutenzioni insufficienti, gestione contestata del verde pubblico, impianti pubblici al centro di polemiche e opacità, fragilità idrogeologica, consumo di territorio, opere devastanti come il quadruplicamento ferroviario, cittadini che da anni denunciano clientelismo, relazioni chiuse e assenza di vera trasparenza.
La gente queste cose le vede. Le dice. Le discute ogni giorno.
Eppure il sistema continua a vincere.
Uno degli esempi più clamorosi sono state le asfaltature dell’ultimissima ora, fatte alla vigilia del voto dopo anni di manutenzioni carenti. Una presa in giro talmente evidente che molti pensavano avrebbe provocato una reazione forte nella cittadinanza. E invece è passata “con un filo di gas”, come direbbero loro.
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di leggere la realtà fino in fondo.
Esiste certamente una parte dell’elettorato che voterebbe questo sistema a prescindere, perché ritiene utile a sé stessa il mantenimento degli equilibri esistenti. Ma esiste anche un’altra metà della città che semplicemente si è arresa. Persone che si lamentano ogni giorno di come viene amministrato il territorio, ma che ormai non credono più possibile cambiare davvero le cose. Persone che avevano altro da fare, che non volevano esporsi, che mantengono un legame storico o affettivo con un partito pur non riconoscendosi più in ciò che rappresenta oggi.
E il dato dell’affluenza lo dimostra chiaramente: festeggiare il 72,55% dei voti espressi quando quasi metà della popolazione non è andata a votare significa governare con il consenso reale di circa un terzo della città. Non è una vittoria piena, ma il risultato di un sistema che regge anche grazie al silenzio di chi non partecipa più.
Nel frattempo ha avuto un peso enorme una gigantesca operazione di costruzione dell’immagine pubblica del sindaco: una comunicazione continua, emotiva, onnipresente, sostenuta direttamente o indirettamente anche con soldi pubblici, che ha sostituito la sostanza con la narrazione e raccontato una città perfetta mentre i problemi crescevano sotto gli occhi di tutti.
Ma il vero capolavoro del sistema è stato un altro: riuscire ad assorbire perfino chi lo contestava con più durezza. Persone che per anni volantinavano sotto l’androne del Comune denunciando caste, lobby e sistemi di potere chiusi, che parlavano di trasparenza e volevano “aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno”, oggi si ritrovano ad appoggiare un modello politico che nei fatti rappresenta l’esatto contrario di quelle battaglie.
Non hanno fatto una semplice capriola politica. Hanno fatto un supercarpiato.
Ed è forse questa la dimostrazione più forte della capacità del sistema di sopravvivere: non eliminare il dissenso, ma inglobarlo, normalizzarlo e trasformarlo in sostegno del potere stesso.
Nonostante questo, però, qualcosa si è mosso.
L’esperienza di Imola in Comune ha aperto un varco che probabilmente nella lunga storia politica di questa città non si era mai visto così chiaramente: cittadini che durante iniziative pubbliche hanno preso la parola per contestare nel merito ciò che veniva detto dal palco, senza paura reverenziale verso il potere politico. Anche il fatto che il progetto civico abbia raccolto un consenso autentico e crescente, superando in percentuale altre liste più sedimentate nel sistema, conferma che nella città esiste ancora spazio per un’alternativa credibile.
Perché oggi la cittadinanza possiede spesso competenze, esperienze e conoscenze superiori a quelle espresse da una parte della politica che occupa le istituzioni. E allora è arrivato il momento che queste competenze trovino finalmente voce, spazio e coraggio per emergere.
Perché troppo spesso la pochezza di certa politica viene difesa soltanto dalla forza del sistema che la sostiene. Non dalla qualità reale di chi governa.
La verità, quindi, è molto più semplice di come viene raccontata.
Non ha vinto il buon governo.
Ha vinto un sistema capace di convincere una parte della popolazione che cambiare sia inutile e un’altra parte che convenga non cambiare mai nulla.
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