Il risultato, sulla carta, appare imponente. Panieri stacca di oltre 16 punti il candidato del centrodestra Nicolas Vacchi, fermo al 19,46% con 5.874 voti. Più indietro gli altri contendenti: Paola Lanzon al 3,03%, Ezio Roi al 2,97% e Michele Ferrari all’1,99%.
Eppure il vero protagonista di queste elezioni è un altro: l’astensione. Solo il 54,50% degli imolesi si è recato alle urne, con 30.776 votanti su 56.469 aventi diritto. Un calo di oltre 12 punti rispetto al 66,87% del 2020. Quasi un elettore su due ha deciso di non votare, il dato più pesante di questa tornata.
Panieri ha certamente consolidato il suo consenso personale: cinque anni fa aveva preso il 57,42%, oggi sale al 72,55%. In valore assoluto ha raccolto anche qualche voto in più rispetto al 2020 nonostante la partecipazione sia crollata. Ma è altrettanto vero che il suo trionfo è avvenuto su una base elettorale ristretta. Governerà una città in cui quasi il 45% degli elettori ha voltato le spalle alle urne.
Il confronto con il referendum sulla Giustizia di marzo 2026 rende ancora più evidente il fenomeno: allora l’affluenza a Imola aveva raggiunto il 69,37%, ben 15 punti in più rispetto alle comunali. Segno che quando la posta in gioco viene percepita come più alta o nazionale, gli imolesi si mobilitano di più. Quando invece la vittoria appare già scritta, molti restano a casa.
Per il centrosinistra è comunque una conferma importante. Panieri esce dalle urne con un mandato rafforzato e potrà contare su una maggioranza solida per i prossimi cinque anni. Per il centrodestra, invece, il risultato è amaro. Nicolas Vacchi non è riuscito a scalfire il dominio rosso della città, confermando le difficoltà strutturali del centrodestra in questo territorio.
Al di là dei numeri dei singoli candidati, resta sul tavolo la questione più delicata: come interpretare una vittoria così larga ottenuta con una partecipazione così bassa?
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