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Arrestato con il “codice rosso”, assolto dopo cinque anni: ora chiede i danni. Una storia che riguarda tutti gli uomini, anche gli imolesi

Un operaio edile romeno di 33 anni è stato arrestato nel 2021 a Torino con la procedura d’urgenza del “codice rosso” dopo la denuncia della convivente per maltrattamenti. Ha trascorso 56 giorni in carcere, poi è passato agli arresti domiciliari, ha subito il divieto di avvicinamento alla figlia e ha vissuto cinque anni di processi. Alla fine è stato assolto in via definitiva in appello. Oggi chiede allo Stato un indennizzo per ingiusta detenzione.

La vicenda, ricostruita dal Giornale La Voce, è emblematica di un meccanismo che sta diventando sempre più problematico. La donna si era presentata in commissariato con i jeans sporchi di sangue raccontando anni di violenze. L’uomo ha sempre sostenuto che si trattasse di una lite finita male: un bicchiere lanciato, la compagna scivolata sui cocci. Versione che, dopo un lunghissimo iter, è stata sostanzialmente confermata dai giudici di appello.

Questo caso non è solo una notizia di Torino. Riguarda direttamente anche Imola e ogni uomo italiano, perché mostra con chiarezza come il “codice rosso” – nato per proteggere le vittime reali di violenza – si stia trasformando in uno strumento pericolosamente sbilanciato.

Dietro questo sistema c’è un’intera industria dell’antiviolenza fatta di centri, associazioni, cooperative e professionisti che vivono di fondi pubblici, bandi e contributi. Più denunce vengono presentate, più casi vengono aperti, più soldi arrivano. Un business che ha tutto l’interesse a incoraggiare un approccio ideologico secondo il quale l’uomo è quasi sempre colpevole fino a prova contraria, e la donna va creduta per principio.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: misure cautelari pesantissime scattano in poche ore sulla base di una denuncia, mentre poi servono anni per dimostrare l’innocenza. Nel frattempo la vita di un uomo viene distrutta: lavoro, relazioni, rapporto con i figli, reputazione. Tutto questo mentre chi ha presentato una denuncia infondata spesso non subisce alcuna conseguenza.

Come in questo caso: l’operaio romeno non ha nemmeno querelato l’ex compagna per calunnia. «È pur sempre la madre di mia figlia», ha detto. Un gesto nobile che però lascia intatto un meccanismo perverso.

È ora di dirlo con chiarezza: il “codice rosso” sta producendo troppi errori giudiziari. Sta alimentando un clima in cui le denunce diventano armi nelle separazioni conflittuali, incoraggiate da un sistema che premia chi denuncia e penalizza chi si difende. Un sistema sostenuto da quell’industria dell’antiviolenza che ha trasformato un problema reale – la violenza sulle donne – in un business ideologico che colpisce indiscriminatamente gli uomini.

Questa storia da Torino arriva come un campanello d’allarme anche per Imola. Perché nessuno è al sicuro da un meccanismo che privilegia la velocità alla verità e la narrazione alla giustizia.

E finché non si avrà il coraggio di rivedere seriamente questo sistema, saranno sempre più numerosi gli innocenti che pagheranno sulla propria pelle il prezzo di un’industria che ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione.

(Fonte: articolo di Enzo Serra, “Giornale La Voce”, 7 maggio 2026)