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Difendere la democrazia a Bologna: sì al presidio “Remigrazione e Riconquista” del 9 maggio, il governo garantisca la sicurezza

Bologna, 6 maggio 2026. Sabato prossimo in piazza Galvani – o dove la Prefettura deciderà di spostarlo – si terrà un presidio regolarmente preavvisato dal Comitato Remigrazione e Riconquista. Una manifestazione pacifica che chiede politiche di sovranità demografica, rimpatrio degli irregolari, priorità agli italiani su welfare e alloggi, e un’inversione di rotta rispetto a decenni di immigrazione incontrollata. Di fronte alle richieste di annullamento da parte di Arci, Anpi, CGIL, PD e varie sigle della sinistra militante, è arrivato il momento di dire con chiarezza: questo presidio deve svolgersi, e il governo ha il dovere di garantirne la sicurezza senza tentennamenti.

Chi chiede di vietarlo ripete il solito copione. La “remigrazione” verrebbe definita intrinsecamente razzista, una visione di superiorità etnica che richiamerebbe le pagine più oscure della storia, ma si tratta come al solito di una mistificazione deliberata. La proposta del Comitato – che ha già raccolto decine di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare – non parla di deportazioni forzate di cittadini né di discriminazioni razziali. Parla di espulsione degli irregolari, di incentivi al rimpatrio volontario assistito, di stop allo sfruttamento dell’immigrazione come arma di dumping salariale e di priorità per gli italiani su risorse limitate. Concetti applicati da decenni in molti paesi democratici, dal Regno Unito alla Danimarca, senza che nessuno li abbia mai equiparati al nazismo. Equiparare una politica di gestione dei flussi migratori a pratiche di pulizia etnica è solo un modo per evitare il confronto sui numeri reali: stranieri sovrarappresentati in certi reati, pressione su servizi pubblici, quartieri con forme di convivenza parallela e costi netti per il bilancio pubblico.

Il comunicato dei sinistri che chiede l’annullamento sostiene poi che le migrazioni verrebbero strumentalizzate per propaganda mentre i veri problemi restano lavoro, casa e disuguaglianze. Ma è proprio l’immigrazione di massa non selezionata a peggiorare quei problemi: la scarsità di alloggi popolari, le liste d’attesa sanitarie, il degrado di intere zone urbane e la concorrenza sul mercato del lavoro low-cost non sono invenzioni della destra: sono effetti documentati di flussi eccessivi e mal gestiti. Ignorarli per difendere un’ideologia dell’accoglienza business illimitata significa negare la realtà che gli stessi italiani percepiscono ogni giorno nelle proprie città.

Si parla poi di un “clima di odio” alimentato da adesivi e presunti attacchi islamofobi, con piena solidarietà alla comunità islamica bolognese. Solidarietà comprensibile, ma selettiva. Manca qualsiasi menzione alle difficoltà di integrazione di parti consistenti dell’immigrazione musulmana in Europa: statistiche di criminalità, episodi di antisemitismo, richieste di accomodamenti culturali incompatibili con la laicità dello Stato. Criticarne gli aspetti problematici non è islamofobia, così come non è odio verso gli italiani chiedere che il proprio Paese resti riconoscibile nella sua identità storica e culturale.

Bologna viene presentata come città “medaglia d’oro della Resistenza”, “antifascista” per definizione, quindi preclusa a chi diffonde “razzismo e neofascismo”. Qui il ragionamento diventa pericoloso. La storia della Resistenza non può trasformarsi in una clava per negare la libertà di espressione garantita dalla Costituzione a chi oggi esprime opinioni democratiche, anche scomode. La Carta non prevede che le idee vadano vagliate preventivamente dal comitato di salute pubblica “”antifascista. Prevede libertà di manifestazione pacifica e di opinione. Chiedere l’annullamento di un presidio perché “nega i principi costituzionali di uguaglianza” significa ribaltare il senso della norma: l’uguaglianza è davanti alla legge, non l’obbligo di approvare il multiculturalismo forzato o di rinunciare alla propria identità nazionale.

Il governo Meloni, che ha già introdotto strumenti come il fermo preventivo per chi arriva alle manifestazioni con intenzioni violente, deve ora intervenire con fermezza. Le forze dell’ordine vadano schierate in numero adeguato per proteggere chi manifesta legalmente. I cosiddetti antifascisti hanno dimostrato troppe volte, a Bologna come anche ad Imola, la propensione a trasformare il dissenso in aggressione fisica, blocchi, scontri con la polizia. Non può più essere tollerato che una minoranza organizzata impedisca con la violenza o la minaccia di violenza l’esercizio di un diritto costituzionale.

Sabato 9 maggio non si decide solo del destino di un presidio. Si decide se Bologna – e l’Italia – resteranno uno spazio di confronto democratico o diventeranno territorio off-limits per chi non si allinea alla narrazione dominante. Il presidio va tutelato. La remigrazione non è odio: è buon senso che sempre più italiani condividono. Chi ha paura di lasciarlo svolgere ammette, implicitamente, che i fatti e i numeri non stanno dalla sua parte.