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Due errori storici e una narrazione ideologica nel post di Panieri per l’80° anniversario del 24 marzo 1946

Imola, 24 marzo 2026 – Nel giorno in cui la città ricorda il ritorno alle urne dopo il ventennio fascista, il post su Facebook del sindaco Marco Panieri suona più come un pezzo di propaganda politica che come una commemorazione istituzionale sobria e storicamente accurata. Il testo celebra con toni enfatici quel 24 marzo 1946 come il momento in cui «per la prima volta» le donne parteciparono pienamente alla vita democratica come elettrici ed elette, collegando implicitamente il loro mancato voto al regime mussoliniano. Una ricostruzione comoda, ma che presenta due imprecisioni evidenti e piega i fatti a una visione manichea: fascismo cattivo che nega i diritti alle donne, antifascismo che porta la luce della democrazia.

Primo errore: la data della “prima volta” Panieri attribuisce al 24 marzo 1946 il debutto nazionale delle donne al voto. Non è così.
Le donne italiane votarono per la prima volta il 10 marzo 1946, nel primo turno delle elezioni amministrative del dopoguerra. Imola andò alle urne due settimane dopo, in una delle tornate successive. Spostare la data di quindici giorni serve a rendere Imola protagonista assoluta di una conquista che fu nazionale e avvenne in più fasi.

Secondo errore: il fascismo come unico colpevole Il post lascia intendere che le donne non potessero votare “per colpa del fascismo” fino al 1946. Anche questa è una semplificazione strumentale, la storia è più complessa. Nel 1919, nel programma dei Fasci italiani di combattimento (Piazza San Sepolcro), Mussolini chiedeva apertamente il suffragio universale con voto ed eleggibilità per le donne. Nel 1925 il regime approvò la legge n. 2125 (“voto delle signore”), che concedeva il voto amministrativo a donne con almeno 25 anni che avessero licenza elementare, pagassero certe imposte, esercitassero la patria potestà o fossero madri/vedove di caduti. Mussolini difese pubblicamente il provvedimento, parlando di “conseguenze benefiche” legate alle qualità femminili di misura ed equilibrio. Quella legge, però, rimase lettera morta: pochi mesi dopo, nel 1926, il fascismo abolì le elezioni amministrative libere e introdusse i podestà nominati dal governo. Il ritardo sul voto femminile non nacque dal nulla nel 1922: aveva radici profonde già nell’Italia liberale, dove proposte avanzate tra fine Ottocento e 1919 non erano mai diventate legge.

Il diritto di voto attivo arrivò solo con il decreto del 1° febbraio 1945 (governo Bonomi) il voto femminile fu dunque una conquista del dopoguerra. A Imola quel 24 marzo 1946 l’affluenza fu altissima (88,35%) e cinque donne entrarono in consiglio comunale: un fatto storico oggettivamente rilevante, che merita di essere ricordato con orgoglio. Ma trasformarlo in un racconto a senso unico – fascismo mostro misogino assoluto, “antifascismo” salvifico – significa usare la storia come clava ideologica più che come strumento di conoscenza. La memoria democratica non ha bisogno di miti semplificati, ha bisogno di fatti nella loro complessità: aperture mancate, contraddizioni del regime, ritardi preesistenti e conquiste reali del 1945-46. Solo così si onora davvero chi, ottant’anni fa, contribuì a ricostruire un’Italia libera. Invece, ancora una volta, la celebrazione istituzionale imolese preferisce la retorica di routine all’analisi seria e questo trasforma un anniversario in un esercizio di propaganda politica.