Il decreto sicurezza approvato oggi, 5 febbraio 2026, dal Consiglio dei Ministri – con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea – si presenta come una risposta “ragionevole” a presunte emergenze, dai disordini in piazza alle baby gang, passando per l’immigrazione irregolare. Ma scavando oltre la retorica del “fermo e deciso”, emerge un provvedimento che sacrifica libertà fondamentali sull’altare di una sicurezza percepita più che reale, rischiando di creare più problemi di quanti ne risolva. Ecco perché, a nostro avviso, questo decreto non va bene: non è equilibrato, è potenzialmente abusivo e ignora le cause profonde dei fenomeni che pretende di contrastare.
Prima di tutto, il fermo preventivo fino a 12 ore per “soggetti potenzialmente pericolosi” in vista di manifestazioni è un colpo basso al diritto di esprimere dissenso. Immaginate di essere fermati per ore solo perché avete un precedente minore o siete noti alle forze dell’ordine per aver partecipato a proteste passate. Non serve un reato commesso, basta un sospetto. Questo non è prevenzione: è un deterrente che intimidisce chiunque voglia manifestare, violando principi costituzionali come la libertà di riunione (articolo 17 della Costituzione). In un Paese democratico, la polizia dovrebbe intervenire su fatti concreti, non su “intenzioni presunte”. Il rischio? Abusi discrezionali, con agenti che decidono chi è “pericoloso” basandosi su profili soggettivi, aprendo la porta a discriminazioni contro attivisti, studenti o semplici cittadini. E se il Quirinale ha già costretto a limare la misura da 24-48 ore a 12, è segno che pure dal Colle si vedono ombre costituzionali.
Poi c’è lo scudo penale per le forze dell’ordine, esteso – per evitare incostituzionalità – anche a tutti i cittadini in casi di legittima difesa o adempimento del dovere. Suona bene in teoria: chi lavora per la sicurezza merita tutele. Ma in pratica, allarga le maglie dell’impunità per abusi. Se un agente usa forza eccessiva durante un arresto o una manifestazione, dimostrando che era “nell’esercizio delle funzioni”, diventa più difficile perseguirlo. Abbiamo visto abbastanza casi di violenza polizia dove l’assenza di accountability ha eroso la fiducia nelle istituzioni. Questo scudo non protegge gli onesti, ma rischia di coprire i disonesti, fomentando un clima di “noi contro loro” che allontana i cittadini dalle forze dell’ordine invece di avvicinarli.
Non convince nemmeno la stretta sulle baby gang, con divieto di vendita coltelli ai minori, Daspo urbano e zone rosse attorno a stazioni o aree sensibili. Sembra un approccio punitivo, ma superficiale. Criminalizzare i giovani con misure repressive – come escluderli da certi luoghi senza processo – non affronta le radici: disuguaglianze sociali, mancanza di opportunità educative, integrazione fallita. È come mettere un cerotto su una ferita infetta: temporaneo, ma inefficace. Peggio, queste norme potrebbero stigmatizzare intere generazioni o comunità, amplificando il senso di emarginazione che spesso alimenta la devianza.
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