Il Consiglio comunale darà il via libera al Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche con un voto praticamente scontato, grazie a una maggioranza PD solida e a un iter già avviato da mesi, con contributo regionale, deposito degli elaborati, osservazioni pubbliche, questionario online e incontro con i tecnici.
Il documento mappa oltre 4.000 criticità, coinvolge 110 chilometri di rete ciclopedonale e 56 edifici pubblici, vale tra i 10 e gli 11 milioni di euro su un orizzonte decennale. Si tratta di uno strumento obbligatorio per legge, necessario da decenni, finalmente strutturato con mappe georeferenziate aggiornate e monitorabili. Eppure, il momento scelto per l’approvazione non è casuale. Siamo a gennaio 2026, con il bilancio previsionale 2026-2028 appena chiuso e un anno elettorale alle porte. L’annuncio suona come un biglietto da visita politico: “Imola inclusiva, attenta ai diritti, capace di intercettare fondi e di programmare sul lungo periodo”.
La vicesindaca Elisa Spada insiste sulle scuole come priorità assoluta, tema che tocca corde emotive e funziona benissimo in campagna pre-elettorale. Peccato che, una volta approvato, il Piano non dica ancora quando e con quali risorse partiranno i primi interventi: nessuna scuola indicata come prima della lista, nessun cronoprogramma annuale pubblico, nessun dettaglio su quanto del budget complessivo entrerà già nel 2026. Le mappe sono pronte, l’IVA agevolata al 4% e l’accesso ai bandi sono opportunità concrete, ma tutto si gioca dopo il voto in Consiglio.
Il PEBA può diventare un vero passo verso una città accessibile a disabili, anziani, famiglie con passeggini e a chiunque abbia una mobilità ridotta, oppure può fermarsi a un bel documento da sbandierare. La differenza la farà l’attuazione nei prossimi mesi, e sicuramente non la firma di giovedì o gli elogi della stampa locale. È una cosa che doveva essere fatta da anni, ma guarda caso viene fatta adesso che arrivano le elezioni.
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