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La Regione ER si autocelebra: «Abbiamo il sistema universitario più attrattivo d’Italia». Ma è davvero così?

Bologna, 12 dicembre 2025 – «Il sistema universitario più attrattivo in Italia è quello dell’Emilia-Romagna, con un saldo positivo del +26,3%» scrive la Regione su facebook.

Peccato che, leggendo oltre il post, la medaglia d’oro si riveli di ottone. Il dato è vero, ma l’Emilia-Romagna è effettivamente la regione con il miglior saldo netto tra matricole che arrivano da fuori e ragazzi che emigrano altrove per studiare. +26,3%, nessuno fa meglio. Ma trasformare questo numero in «il sistema universitario più attrattivo d’Italia» è un esercizio di marketing che regge finché non si accende la luce. Perché la classifica generale del Censis 2025 – quella che conta davvero, quella che somma strutture, servizi, internazionalizzazione, occupabilità e progressione di carriera – vede l’Università di Bologna, il vero motore del sistema regionale, ferma al secondo posto tra i mega-atenei statali con 87,5 punti, dietro all’Università di Padova (89,5). E tra i politecnici domina ancora Milano. Insomma, attrai tanti corpi, ma non sei il migliore in nulla se non nel far girare il contatore delle presenze.E i corpi, una volta laureati, spesso se ne vanno. Secondo i dati Almalaurea 2025, circa un laureato emiliano-romagnolo su cinque (tra il 18 e il 22% a seconda della facoltà) lascia la regione entro tre anni dalla laurea, soprattutto verso Svizzera, Germania e Regno Unito. Un’emorragia che la Regione non cita mai nei suoi post trionfali.

A pesare sono anche i costi della vita quotidiana, affitti alle stelle (Bologna è stabilmente tra le cinque città più care d’Italia per gli studenti fuorisede), borse di studio ER.GO che coprono solo una minoranza degli idonei e un mercato del lavoro locale che, fuori dai settori ceramico, motoristico e agroalimentare, fa fatica ad assorbire i laureati in discipline umanistiche o in alcune branche STEM, quindi un +26,3% presentato cosi fa bella figura in una stories, ma non basta a nascondere il resto.

E poi c’è l’altro lato forse più inquietante: una parte non piccola di chi resta esce dagli atenei emiliano-romagnoli con una formazione fortemente ideologizzata.
I corsi di laurea in ambito umanistico e socio-politico dell’Alma Mater (ma anche di Modena-Reggio e Ferrara) sono tra i più sbilanciati d’Italia verso una visione post-marxista, gender-fluid e decostruzionista: basta guardare i programmi dei corsi di Sociologia, Scienze della Formazione, DAMS o Studi di Genere per trovare interi moduli dedicati a “decolonizzare il sapere2, 2queer ecology” o 2intersezionismo intersezionale” come materie obbligatorie o fortemente consigliate. Secondo l’ultimo report di Osservatorio sulla Libertà Accademica (2025) l’Università di Bologna è al terzultimo posto in Italia per pluralismo ideologico tra i grandi atenei: solo il 9% dei docenti di area umanistica si dichiara di orientamento conservatore o liberale classico, contro una media nazionale del 28%. Risultato? Migliaia di laureati che escono convinti che il problema principale dell’Italia sia il “patriarcato tossico” o il “capitalismo estrattivista2, ma che poi, quando cercano lavoro fuori dalla bolla pubblica o delle coop rosse, scoprono che il mondo reale chiede competenze tecniche, non slogan.

foto @Infoaut