C’è qualcosa che non torna nella narrazione sindacale di questi giorni. Il SULPL e altri rappresentanti della Polizia Locale tuonano contro la “norma antimaranza” del governo Meloni, la definiscono “spot”, “propaganda”, insufficiente, chiedono “fatti concreti” e lamentano da anni organici ridotti, straordinari non pagati e mancato riordino. Giusto, sacrosanto. Ma dov’erano queste voci tonanti quando governavano Renzi, Gentiloni e Conte II?
Strano silenzio selettivo.
Durante il governo Renzi (2014-2016), il premier fiorentino prometteva palingenesi amministrative e spending review. Risultato per la Polizia Locale? Tagli lineari, risorse comunali sotto stress e nessuna riforma seria dell’ordinamento fermo al 1986. Le baby gang non erano ancora il tormentone mediatico di oggi, ma i problemi strutturali – organico insufficiente, funzioni confuse, tutele inadeguate – c’erano già. Eppure i comunicati durissimi contro l’esecutivo PD si contano sulle dita di una mano. Qualche mugugno tecnico, certo, ma niente scioperi unitari eclatanti né accuse di “propaganda” al governo amico.
Stessa musica con Paolo Gentiloni: sbarchi record, insicurezza percepita in crescita nelle periferie, Polizia Locale impiegata come tappabuchi. Nessuna rivoluzione sulle tutele o sull’equiparazione. Silenzio quasi tombale da parte di chi oggi grida al governo di aver partorito norme spot.
E arriviamo al Conte II, il governo “giallo-rosso” con Lamorgese al Viminale. Pandemia, restrizioni, vigili trasformati in controllori Covid a rischio quotidiano. Ore di straordinario accumulate, stress psicofisico, carenze organiche croniche. I sindacati di area sinistra e quelli “indipendenti” hanno forse occupato le piazze o minacciato barricate contro il PD? No. Qualche nota di protesta, qualche tavolo di confronto, ma niente campagna martellante come quella di oggi contro la “norma antimaranza”.
La domanda sorge spontanea: possibile che i problemi di organico, stipendi e tutele siano diventati improvvisamente insopportabili solo quando al governo c’è il centrodestra? O forse è più comodo alzare la voce quando l’interlocutore politico è avversario, mentre con gli “amici” si preferisce il dialogo riservato e le mezze misure?
I fatti parlano chiaro. Il riordino organico della Polizia Locale è un dossier impolverato da decenni, trasversale a tutti i colori politici. Ma la capacità di fare polemica sembra molto più sviluppata quando a Palazzo Chigi non siede un governo di centrosinistra. Oggi si chiede “un segnale dal Governo” con toni ultimativi. Ieri, sotto Renzi e soci, lo stesso segnale tardava ad arrivare e la pazienza sindacale sembrava infinita.
Forse perché certi sindacati non sono solo difensori di categoria, ma anche attori politici con una preferenza di campo ben precisa. E quando il campo è amico, le maglie si allentano. Nel frattempo i cittadini e gli agenti in strada continuano a pagare il prezzo di decenni di immobilismo bipartisan, ma con una indignazione che – guarda caso – esplode soprattutto ora.
La Polizia Locale merita rispetto e risorse, non tifo di parte. Ma per averlo, forse dovrebbe pretendere rigore da tutti, non solo da chi non voterebbe mai alle elezioni. Altrimenti il sospetto di partigianeria resta, forte come un fermo di polizia.
I sindacati della Polizia Locale: muti con la sinistra, urlanti con il centrodestra
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