Negli scontri violenti del 31 gennaio, al termine del corteo pro-Askatasuna, due episodi hanno polarizzato l’attenzione pubblica e mediatica, evidenziando un netto doppio standard nell’indignazione collettiva.
Da un lato, l’agente della polizia circondato da un gruppo di antagonisti incappucciati: buttato a terra, preso a calci, pugni e colpito anche con un martello, con laser puntati agli occhi. Il video, diffuso da vari politici ha scatenato una marea di sdegno bipartisan e condanne vari da Mattarella, Meloni, Crosetto, Salvini e sindacati di polizia. L’episodio è diventato simbolo della guerriglia urbana e ha portato a una decina di arresti.
Dall’altro lato, un video virale mostra un uomo con macchina fotografica e caschetto a terra, che grida ripetutamente: “Sono un fotografo”, mentre viene manganellato, calciato e strattonato dagli agenti della celere. Nonostante l’intervento di un superiore che urla “Basta!”, l’azione continua finché l’uomo viene allontanato. L’episodio è stato riportato da varie testate, ma stranamente ha suscitato pochissima indignazione tra la gente, nessuna condanna ufficiale da istituzioni o leader politici e poca copertura mediatica, molto limitata rispetto al caso del poliziotto.
Il contrasto è chiaro: quando la vittima è un poliziotto isolato aggredito dai manifestanti, l’indignazione, amplificata dalla politica, esplode con forza; quando invece è un operatore dell’informazione a essere colpito dalle forze dell’ordine, prevalgono silenzio e minimizzazione. Un vero e proprio doppio metro che conferma come la percezione della violenza dipenda spesso dal “lato” della vittima.
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