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Genocidio a Gaza: il 7ottobre non lo cancella, anzi è stato usato da quelli che potevano prevenirlo per giustificarlo

Non si può ignorare il brutale attacco di Hamas, ma dall’altra parte non si può ignorare il genocidio contro i palestinesi. Le due cose stanno insieme, chi ne cancella una per far tornare l’altra sta già mentendo.

Il 7 ottobre 2023 gruppi armati guidati da Hamas hanno attraversato il confine e hanno ucciso circa 1.200 persone in Israele, in gran parte civili. Famiglie nei kibbutz, giovani al festival Nova, stranieri che non avevano nulla a che fare con il governo di Tel Aviv. Ne hanno rapite 251. Le Nazioni Unite hanno documentato violenze sessuali. L’ultimo corpo di ostaggio è stato restituito nel gennaio 2026. Sulla strada del Nova, il giorno dopo, sono rimaste le auto abbandonate e bruciate. Prendere ostaggi e/o massacrare civili non nè resistenza, nè difesa è un crimine, chi lo nega mente.

Quel crimine non è un assegno in bianco, anzi è stato usat per giustificare un genocidio in Gaza. A tre anni da quel giorno il ministero della Sanità di Gaza riporta circa 74.000 morti e circa 175.000 feriti. Circa 20.000 dei morti sono bambini, più o meno una persona su trenta della popolazione di prima della guerra. Quasi due milioni di persone sono state spinte da una zona all’altra della Striscia, spesso più di una volta, mentre case, ospedali, scuole e reti idriche venivano rasi al suolo. Una tregua è stata annunciata il 10 ottobre 2025. Da allora le stesse fonti contano ancora oltre un migliaio di morti. Una tregua che continua a uccidere non è una tregua. Quartieri interi sono un campo di macerie, con chi resta che cammina in mezzo. Non è il prezzo accidentale di una guerra contro un gruppo armato. È assedio, spostamento forzato, bombardamento di un territorio chiuso da cui non si esce. La parola che regge è genocidio.

In Italia, intanto, le due tragedie servono soprattutto a qualcos’altro. Ogni parte politica ci specula. La destra italiana specula sul 7 ottobre per non essere etichettata fascista: il massacro di Hamas diventa un lasciapassare, la prova di stare dalla parte giusta, e il modo per non guardare i morti di Gaza. La sinistra italiana specula sulla sofferenza del popolo palestinese non tanto per la preoccupazione verso quella tragedia e verso quel genocidio, quanto per dare contro al governo Meloni. Gaza diventa una clava da usare a Roma. I morti, da una parte e dall’altra, restano il pretesto.

Di questo sistema, non dei comizi, parla NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia. Ottanta minuti. Di notte, sui tetti di Tel Aviv, ventiquattro voci anonime di intelligence ed esercito ricostruiscono la catena di sorveglianza, intercettazioni e individuazione degli obiettivi. NAZA è la sigla militare per il numero di civili che ci si aspetta di uccidere in un bombardamento. A Imola si vede al Cinemateatro Pedagna, via Vivaldi 70: giovedì 8 ottobre alle 21 e sabato 10 alle 19 in versione doppiata, domenica 11 alle 21 in lingua originale con sottotitoli, martedì 13 alle 21 di nuovo doppiata.