Nei Quaderni del carcere, Antonio Gramsci sosteneva che per conquistare il potere in società complesse come quella occidentale non bastava prendere il Palazzo, cioè lo Stato. Bisognava prima conquistare la società civile: scuole, giornali, cultura, morale comune. Solo ottenendo l’egemonia culturale si poteva poi governare stabilmente.
A Imola questa lezione è stata applicata alla lettera, e con risultati straordinari. Per quasi settant’anni il potere locale è rimasto saldamente nelle mani della sinistra, prima attraverso il Partito Comunista Italiano e poi attraverso la sua lunga discendenza fino al Partito Democratico. Non si è trattato soltanto di vincere elezioni dopo elezioni, ma di costruire un sistema egemonico totale, dove la politica controlla non solo le istituzioni, ma anche il tessuto economico, sociale e culturale della città
Qui il “Parastato gramsciano” non è una teoria astratta: è realtà quotidiana. La sinistra ha occupato progressivamente tutti i luoghi dove si forma l’opinione pubblica e si gestiscono risorse pubbliche – cooperative, enti, associazioni, scuole, centri culturali, sindacati – creando un apparato parallelo che resiste a qualsiasi tentativo di alternanza e influenza profondamente la vita dei cittadini.
A questo si aggiunge un sistema di aziende e cooperative spesso abbonate ai soldi pubblici attraverso affidamenti diretti sempre agli stessi soggetti, che ha finito per creare una vera desertificazione della concorrenza, penalizzando chi non fa parte della cerchia.
Chi a Imola esprime idee diverse da quelle del PD lo sa bene. Molte persone raccontano da anni un clima soffocante di controllo sociale. Chi mette un like a un post di esponenti dell’opposizione viene spesso segnato, monitorato, oggetto di chiacchiere e pressioni. Ad Imola i dispetti diventano uno strumento di intimidazione sottile ma costante: esclusioni da opportunità lavorative, difficoltà a trovare impiego in certi ambienti controllati dal sistema, sussurri sul posto di lavoro, emarginazione sociale. Non si tratta di episodi isolati, ma di un meccanismo rodato nel tempo. L’egemonia gramsciana a Imola ha trasformato la società civile in un grande apparato di consenso e di sorveglianza. Chi non si allinea rischia di pagare un prezzo concreto nella vita di tutti i giorni: nel lavoro, nelle relazioni, nelle possibilità di crescita. Il dissenso viene tollerato formalmente, ma reso scomodo e costoso nella pratica.
Questa è la forza (e il limite) del modello imolese: un dominio così radicato nella cultura, nelle cooperative rosse, nelle reti associative e nelle leve economiche locali da rendere quasi irrilevante chi governa formalmente a Roma. Il Palazzo può cambiare, ma la società civile resta saldamente in mano a chi l’ha egemonizzata per decenni.
Come TuttoImola abbiamo sempre combattuto questo sistema e siamo certi che è sempre possibile scalfire un’egemonia apparentemente invincibile. Nella storia molti che si credevano invincibili hanno finito per essere sconfitti o per pagare il prezzo della loro arroganza. Lo abbiamo visto concretamente nel 2018, quando dopo 73 anni di dominio ininterrotto il PD perse il Comune di Imola al ballottaggio contro il Movimento 5 Stelle. Fu una sconfitta storica che dimostrò come, quando l’insoddisfazione diventa visibile e si unisce un’alternativa credibile, anche il muro più solido può creparsi.
Anche adesso si può portare l’arroganza del PD al ballottaggio. Basta che la gente alzi il culo e vada a votare. Loro lo sanno e temono il ballottaggio, perché il loro candidato con il ghigno, quello che parla tanto di “ascolto” per poi fare esattamente il contrario e di “sviluppo” ovviamente solo per quelli della sua cerchia, lo ha ripetuto tante volte che ogni voto conta.
Gramsci aveva visto lontano. A Imola la sua strategia è stata realizzata con pazienza e determinazione demonica, fino a creare un sistema che si autoperpetua. Ma proprio perché si basa sull’egemonia culturale, può essere contrastato riconquistando pezzo per pezzo la società civile: con il coraggio di parlare, di non chinare la testa e di costruire alternative reali. E in queste elezioni ci sono alternative sia a sinistra che a destra.
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