Da qualche giorno si sente sempre la stessa litania da chi dice no alla separazione delle carriere: «Ma i passaggi da pm a giudice (o viceversa) sono solo lo 0,3% all’anno! Dati CSM alla mano, 20-40 casi su 9.000 magistrati. Perché fare una rivoluzione per una cosa così piccola?»Il numero è vero. Ma usarlo per dire “non serve cambiare” è una mezza verità che nasconde il punto vero, perché anche se i passaggi sono pochi, non sono zero. E in un sistema giudiziario la neutralità non deve essere una statistica, ma una garanzia.
Se un giudice ha fatto il pm per anni e poi si trova a giudicare un caso simile, tu come cittadino ti chiedi: “È davvero imparziale o porta dentro di sé un’impostazione accusatoria?”.
Non serve che succeda tutti i giorni, basta che succeda a te…una volta ogni tanto per far nascere il dubbio e il dubbio erode la fiducia, che in Italia è già fragile (sondaggi Eurobarometro dicono che solo il 30-40% degli italiani si fida della giustizia).La riforma Nordio non inventa problemi inesistenti, chiude un rischio che esiste e lo fa in modo proporzionato: concorsi separati dall’inizio, stop ai ripensamenti dopo l’ingresso, due CSM distinti.
Se i transiti sono già rarissimi, vietarli del tutto non manda in tilt il sistema, non costa una fortuna in formazione, non crea caos, è una correzione logica. Pensateci: se un ponte ha lo 0,3% di probabilità di crollo, lo lasciamo così o lo rinforziamo? Se un farmaco ha lo 0,3% di effetti collaterali gravi, lo teniamo in commercio o lo ritiriamo?
Lo stesso vale qui. Il principio conta più della percentuale.Il vero trucco dello 0,3% è spostare il discorso dai cittadini (“voglio un giudice che non sia mai stato dall’altra parte”) alla contabilità (“è poco, quindi è irrilevante”). Ma la giustizia non è un bilancio, è fiducia e la fiducia non si misura in decimali. 22 e 23 marzo si vota per decidere se mantenere questo spiraglio “minimo” o chiuderlo una volta per tutte. Non è una crociata contro le toghe è una scelta di buon senso per rendere il sistema più trasparente agli occhi di chi lo subisce ogni giorno: noi.
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