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La Repubblica e i giovani: prima eroi, poi mostri…

Qualche giorno fa Repubblica non riusciva a contenere l’entusiasmo per i giovani italiani. Li aveva celebrati come la generazione consapevole, matura, pronta a difendere la Costituzione con i denti. Sui social, soprattutto su TikTok, avevano fatto la differenza nel referendum sulla giustizia. Algoritmi o no, il messaggio era chiaro: finalmente una gioventù politicamente impegnata, sensibile ai valori democratici, attenta ai pericoli della “malagiustizia”. Poi, improvvisamente, è cambiato il copione.
Pochi giorni dopo lo stesso giornale esce con un articolo dal titolo drammatico: “I nostri figli perduti tra coltelli e smartphone”. Un pezzo che descrive una generazione di adolescenti anestetizzati, incapaci di empatia, che accoltellano le professoresse e filmano tutto per postarlo sui social. Ragazzi che vivono in una dimensione parallela dove la violenza reale è solo contenuto da consumare, senza provare pietà né terrore.Lo stesso quotidiano che aveva applaudito i giovani per aver difeso la Costituzione ora li dipinge come predatori digitali senza anima, persi in un mondo di coltelli e like.Il paradosso è talmente evidente da risultare quasi comico.Da una parte i giovani sono i salvatori della democrazia, paladini della Carta costituzionale, eroi moderni che hanno saputo dire No alla riforma della giustizia. Dall’altra sono mostri disumanizzati, incapaci di distinguere tra realtà e performance, pronti a trasformare un’aggressione in scuola in uno spettacolo per TikTok.Repubblica sembra non accorgersi della contraddizione: non si può passare in pochi giorni dal “bravi ragazzi, difendete la democrazia” al “i nostri figli sono perduti, guardate che orrore”. O forse se ne accorge benissimo, ma cambia registro a seconda di cosa serve in quel momento.
Il risultato è un’immagine schizofrenica della gioventù italiana: quando serve per sostenere una narrazione politica sono maturi e responsabili; quando invece emerge un fatto di cronaca nera diventano improvvisamente una generazione malata, vittima della “psicosi social-mediatica”.Forse sarebbe più onesto ammettere che non esiste una gioventù sola. Esistono ragazzi diversi, con comportamenti diversi. Alcuni si mobilitano sui social per temi politici, altri perdono completamente il senso della realtà e della sofferenza altrui. Entrambe le cose possono essere vere nello stesso momento.Ma passare dal plauso collettivo al lamento apocalittico nel giro di una settimana fa venire il sospetto che non si stia parlando davvero dei giovani. Si sta semplicemente usando la gioventù come specchio comodo per raccontare la storia che serve in quel preciso istante.E il paradosso resta lì, nero su bianco sulle pagine di Repubblica: prima eroi della Costituzione, poi figli perduti tra coltelli e smartphone…