Imola, 28 marzo 2026 – Il Nuovo Circondario Imolese, guidato da una storica maggioranza di centrosinistra con il Partito Democratico in prima linea, ha diffuso un comunicato stampa che presenta come un grande risultato l’investimento di 28.565 euro nel 2025 per l’autonomia abitativa di donne vittime di maltrattamenti.
Grazie a 26.423 euro arrivati dalla Regione Emilia-Romagna (anche lei saldamente in mano al PD) e a un contributo comunale di appena duemila euro scarsi, l’ASP Circondario Imolese ha attivato aiuti per sole 16 donne e 27 figli. La vicepresidente Beatrice Poli, con delega alle “Pari” Opportunità, parla di “priorità centrale”, “mosaico di servizi”, “storie di rinascita” e “percorso di coraggio”. Il tono è quello di chi ha fatto qualcosa di straordinario, invece è solo pura propaganda e i numeri raccontino una storia molto diversa.
Su un territorio di circa 133.000 abitanti, il Servizio Sociale ha gestito nel 2025 48 nuove situazioni di violenza. Di queste, solo 16 hanno ricevuto un sostegno per l’autonomia abitativa: depositi cauzionali, prime mensilità di affitto, allacci utenze, arredi e qualche bolletta. Le altre donne sono rimaste nella fase dell’emergenza: piani di sicurezza, percorsi di ascolto, case rifugio o soluzioni alberghiere temporanee.
Dividendo la cifra annunciata, si arriva a circa 1.785 euro a nucleo familiare. In una zona come l’Imolese, dove gli affitti non sono bassi, una somma del genere copre al massimo pochi mesi. La Regione stessa, con strumenti analoghi, arriva a riconoscere fino a 6.000 euro annui per persona: qui si è rimasti molto al di sotto.Il comunicato ricorda che i Comuni hanno speso oltre 700.000 euro solo per la presa in carico iniziale. È una cifra importante, pagata dai contribuenti. Ma pone una domanda scomoda: perché si riversano centinaia di migliaia di euro nella gestione dell’emergenza e così poco nel passaggio vero all’indipendenza economica e abitativa? Il rischio è evidente: si crea una dipendenza prolungata dai servizi sociali invece di liberare davvero le donne.
Il testo elenca varie “azioni concrete” e parla di risultati, ma non fornisce un solo dato su ciò che conta di più: quante di quelle 16 donne mantengono ancora l’alloggio dopo un anno? Quante hanno un lavoro stabile senza più bisogno di contributi pubblici? Quante sono ricadute in situazioni di rischio o sono tornate dal maltrattante per motivi economici? Su questi punti c’è solo silenzio.
Il sistema antiviolenza italiano, specialmente in regioni come l’Emilia-Romagna a guida PD da decenni, mostra da anni lo stesso schema: tanti fondi per centri antiviolenza, associazioni, operatori, tavoli di coordinamento e formazione; pochi per far uscire le donne dal circuito in modo definitivo. Questo meccanismo rischia di trasformarsi in un apparato che si autoalimenta. Più donne restano nella fase di “presa in carico”, più si giustificano nuovi finanziamenti, più posti di lavoro e progetti si creano nel terzo settore, più si consolida una rete di consenso politico e associativo vicina alla sinistra. Si investe nel “gestire” il problema invece che nel risolverlo.
Non è un complotto, è una logica di sistema: si contano gli euro spesi e le “azioni attivate”, ma si evita di misurare gli esiti reali. Il comunicato del Circondario Imolese ne è un esempio chiaro. Si preferisce lanciare un messaggio politico (“noi ci siamo, ringraziamo la Regione”) piuttosto che ammettere che con quei soldi si aiuta davvero poche donne a ricostruirsi una vita indipendente. Il contrasto alla violenza sulle donne non si misura con i titoli enfatici dei comunicati stampa né con il numero di euro annunciati. Si misura con quante donne riescono a lasciare per sempre il maltrattante senza dover dipendere né da lui né dai servizi pubblici all’infinito. Finché si continuerà a privilegiare la macchina dell’emergenza e il racconto trionfalistico, il sospetto resterà forte: per una parte di questo sistema, mantenere il problema “gestito” conviene più che risolverlo davvero.
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