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Imola si prepara a celebrare il voto alle donne del 1946 al Teatro Ebe Stignani, ma vuole dimenticare quello concesso sotto il fascismo?

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Imola, 2 marzo 2026 – Mentre il Comune di Imola si pavoneggia con una seduta solenne per celebrare l’ottantesimo anniversario delle elezioni del 24 marzo 1946, le prime post-fasciste, la narrazione ufficiale puzza di ipocrisia ideologica da lontano. Una conferenza dei capigruppo, con il presidente Roberto Visani e il sindaco Marco Panieri a fare da registi, ha deciso di trasformare il Teatro Ebe Stignani in palcoscenico di autocelebrazione: mercoledì 8 aprile alle 17, con Prefetto di Bologna Enrico Ricci in pompa magna, pergamena ricordo per tutti gli ex amministratori dal dopoguerra a oggi, e un bel discorso sulla “tutela della memoria storica” e l’importanza della democrazia. Roba da lacrimoni, se non fosse che questa retorica antifascista di routine ignora volutamente pezzi scomodi di storia per mantenere intatto il mito del regime mussoliniano come mostro misogino assoluto.

Sì, nel 1946 a Imola cinque donne – Elma Baroncini, Leda Bertoni, Evelina Ciuffolotti, Lina Pelliconi e Leandra Tinti – entrarono in Consiglio comunale, un fatto storico da non sottovalutare: le prime elette dopo la dittatura, le prime a votare e candidarsi in un’Italia che usciva dal buio. L’insediamento del 3 aprile portò Amedeo Tabanelli a sindaco, dopo il commissario Giulio Miceti nominato dal CLN. E la mostra “Presenti al nostro tempo” dell’UDI, inaugurata a gennaio alla Salannunziata, ha fatto da apripista a questa kermesse, raccontando ottant’anni di lotte femminili con foto e documenti che rafforzano i “valori fondanti della comunità”. Panieri e l’assessore Giacomo Gambi si commuovono: “Quelle elezioni segnarono l’inizio di una nuova stagione di partecipazione democratica per Imola e per l’Italia intera”. Bello, commovente, ma profondamente parziale.

Perché la verità che brucia è un’altra: il diritto al voto amministrativo per le donne era già stato concesso sotto il fascismo, e non era una concessione di facciata. Pochi lo sanno – o meglio, pochi lo vogliono sapere, perché scomoda il copione ufficiale – ma la legge del 22 novembre 1925 ammetteva al voto amministrativo donne con licenza elementare, che pagassero certe imposte, esercitassero la patria potestà o fossero madri e vedove di caduti. Il fascismo era partito addirittura con proclami audaci: a Piazza San Sepolcro nel 1919 Mussolini gridò “Chiediamo il suffragio universale, per uomini e donne!”, e il programma dei Fasci era su posizioni progressiste che oggi farebbero arrossire certi antifascisti solo di professione.

Nel 1923 il Duce difese apertamente il disegno di legge Acerbo per il voto amministrativo alle donne, sostenendo che avrebbe portato “conseguenze benefiche” grazie alle qualità femminili di misura, equilibrio e saggezza – parole che sfidavano i misoneisti dell’epoca, incluso il re Vittorio Emanuele III, contrario strenuo. Altre occasioni mancate furono nel 1938 quando Mussolini propose di rendere le donne eleggibili nella Camera dei fasci e delle corporazioni, ma la norma fu stralciata per non inimicarsi la Corona. Persino nella RSI, il progetto costituzionale di Biggini prevedeva suffragio universale, rinviato solo dalla guerra. Tutto questo non cancella le derive repressive del regime – il codice Rocco, la politica demografica che relegava la donna a madre prolifica, l’esclusione da molte cariche – ma dimostra quanto sia riduttivo e strumentale dipingere il fascismo come un blocco monolitico di odio verso le donne.

Allora perché Imola, con la sua seduta solenne e la sua mostra UDI, insiste su una versione che cancella queste complessità? È forse più conveniente alimentare l’antifascismo di maniera, quello che serve a legittimare l’attuale casta politica, piuttosto che ammettere che il suffragio femminile non fu un’invenzione miracolosa del 1946, ma un’idea che covava anche sotto Mussolini, ostacolata da monarchia, guerre e derive totalitarie? Questa celebrazione rischia di essere solo un altro rituale ipocrita: si piange sulle prime elette imolesi del ’46, ma si tace sulle aperture fasciste per non disturbare il sonno tranquillo di chi vuole una storia a senso unico. Imola merita di più: una memoria vera, provocatoria, che ponga domande fastidiose invece di distribuire pergamene e applausi. Altrimenti l’8 aprile al Teatro Stignani sarà solo l’ennesima parata di retorica buonista, lontana anni luce dalla complessità del passato. E la democrazia vera inizia proprio dal coraggio di guardare in faccia tutti i fatti, non solo quelli che fanno comodo.