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Caso Rogoredo – Se fosse stato un giudice a sbagliare, oggi festeggeremmo una promozione?

Il caso Rogoredo è servito su un piatto d’argento alla sinistra: un poliziotto spara a uno spacciatore, indagini lampo, manette immediate, DNA che non quadra, pistola piazzata dopo, soccorsi ritardati apposta. Carmelo Cinturrino è in cella per omicidio volontario e l’opposizione esulta come se avesse vinto le elezioni. “Ecco la giustizia che funziona!”, gridano Schlein e Conte, mentre usano il cadavere di Mansouri per martellare la riforma Meloni e lo “scudo” alle forze dell’ordine.

Partirebbe un “procedimento disciplinare” soft, gestito da colleghi di corrente (Magistratura Democratica in testa). Il CSM aprirebbe un fascicoletto, qualcuno scriverebbe due righe di biasimo, poi via: trasferimento in una sede più comoda, magari con funzioni superiori, e dopo un paio d’anni promozione a consigliere di Cassazione o procuratore aggiunto. Esattamente come è successo con Enzo Tortora. Sostituite il poliziotto con un magistrato che, intenzionalmente, “spara” una sentenza ingiusta: stesso colpo alle spalle, ma fatto di carte; stessa autopsia imbarazzante delle prove, ma nascosta nei verbali; stessa scacciacani con il DNA solo del togato — cioè prove costruite, travisate o convenientemente ignorate; stessi soccorsi arrivati con la velocità dei processi, mentre un innocente viene lentamente travolto dalla macchina giudiziaria. Un proiettile uccide il corpo, ma anche una sentenza ingiusta può distruggere una vita intera, eppure la scena pubblica non sarebbe la stessa.

Pensate al caso Tortora innocente, arrestato in mutande davanti alle telecamere, condannato in primo grado a dieci anni sulla parola di pentiti camorristi che si inventavano tutto. Carriera distrutta, salute massacrata, morto un anno dopo l’assoluzione piena in Cassazione. E i magistrati che firmarono quell’orrore? Quasi tutti hanno fatto carriera tranquilla, alcuni sono arrivati ai vertici. Zero processi seri, zero galera, zero dimissioni. Il sistema si è autoassolto, come sempre, quindi la morale è cristallina: se sbaglia un poliziotto allora galera subito, ma se sbaglia un giudice allora “delicata funzione”, “autonomia della magistratura”, “non si può processare un togato per un errore in buona fede”, e poi brindisi per la promozione

La sinistra applaude l’arresto di Cinturrino e strilla allo scandalo se qualcuno osa proporre tutele minime per chi rischia la pelle ogni giorno, ma se i poliziotti godessero dello stesso scudo invisibile che protegge i togati da settant’anni, oggi Cinturrino sarebbe vicequestore con encomio solenne e ufficio con vista sul lago di Como. La casta che sbaglia e non paga si chiama magistratura “democratica” e la sinistra la difende sempre a spada tratta, mentre sputa su chi indossa la divisa, ecco la ipocrisia a palate…