Mordano – Mentre ci avviciniamo al referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura, un nome torna dal passato per mettere in imbarazzo il fronte del No: Dino Grandi, conte di Mordano e ministro della Giustizia di Mussolini.

Oggi il fronte del No – ANM, PD, CGIL, Anpi – difende questo stesso assetto con argomenti che ricalcano pedissequamente quelli del gerarca: “formazione comune”, “cultura della giurisdizione”, “pericolo di compartimenti stagni”, allora come può chi si richiama ogni giorno ai valori dell’antifascismo battere il petto contro il governo e poi correre a difendere un decreto regio firmato da un ministro di Mussolini? I giuristi più onesti lo ricordano: furono proprio padri costituenti come Calamandrei a mettere in guardia da questa commistione. E già nel 1947 Giuseppe Bettiol denunciava che considerare il pm un organo della giustizia era una tipica concezione “dei regimi totalitari”.
Il 22 e 23 marzo si vota, ma prima di gridare al “fascismo” contro la riforma Nordio, la sinistra dovrebbe guardarsi allo specchio e rispondere a una domanda scomoda, se è davvero antifascista difendere l’eredità normativa del conte di Mordano?
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