Nel cuore degli anni ’90, l’Italia visse un momento di autentica democrazia diretta: l’11 giugno 1995, milioni di cittadini si recarono alle urne per un referendum abrogativo con dodici quesiti, quattro dei quali dedicati al sistema televisivo.
Al centro del dibattito, la Legge Mammì del 1990, che aveva finalmente regolato il far west delle emittenti private, permettendo a giganti come Fininvest (poi Mediaset) di Silvio Berlusconi di offrire tre reti nazionali – Canale 5, Italia 1 e Rete 4 – in competizione con il monopolio pubblico della Rai.I quesiti chiave, promossi da un fronte che includeva ambientalisti, sindacati e, soprattutto, esponenti della sinistra, miravano a smantellare questo equilibrio: limiti draconiani al numero di reti per editore, tagli alle interruzioni pubblicitarie, tetti alla raccolta di spot.
In sostanza, un attacco frontale al modello commerciale privato, percepito come una minaccia al “pluralismo” tanto caro alla retorica progressista. Ma il popolo italiano, con un’affluenza del 57% e un “No” schiacciante (tra il 55% e il 57% sui quesiti principali), mandò un messaggio inequivocabile: “Vogliamo mantenere il sistema delle TV commerciali e la libertà di scelta”. Fu un plebiscito per la pluralità vera, quella del mercato, contro i vincoli statalisti che rischiavano di ridurre l’offerta televisiva a un duopolio asfissiante dominato dalla Rai.Eppure, quel verdetto popolare fu calpestato.
Negli anni successivi, la sinistra orchestrò una campagna sistematica di “persecuzioni giudiziarie e leggi mirate” per chiudere o ridimensionare le TV non allineate al suo pensiero unico. Non fu un caso isolato, ma un pattern: dal finanziamento pubblico ai partiti (tradito con leggi successive) al divorzio (aggirato con norme più restrittive), la sinistra ha spesso usato leve istituzionali per ribaltare la volontà popolare quando non le conveniva.Pensiamo ai fatti concreti. Subito dopo il 1995, la Corte Costituzionale – influenzata da un humus culturale progressista – emise sentenze che dichiararono incostituzionali parti della Mammì, invocando la “concentrazione eccessiva”. Seguirono indagini dell’Antitrust, multe salate per presunte posizioni dominanti, ricorsi infiniti su diritti calcistici e pubblicità.
Governi di centrosinistra, come quelli di Romano Prodi e Massimo D’Alema, spinsero per norme sul conflitto di interessi che, pur deboli sulla carta, furono usate come clava contro Berlusconi e il suo impero mediatico. La legge Frattini del 2004? Un contentino, ma insufficiente a fermare l’assalto. E la Gasparri, approvata sotto un governo di centrodestra, fu smontata pezzo per pezzo dalla Consulta nel 2009, sempre in nome di un “pluralismo” che, guarda caso, colpiva solo le voci libere dal controllo statale.Questa non era giustizia: era vendetta politica. La sinistra, terrorizzata da un’informazione non embedded nella sua ideologia, vide in Mediaset un nemico esistenziale. Rete 4, in particolare, divenne bersaglio di campagne per spegnerla o relegarla al satellite – tentativi falliti solo grazie a resistenze eroiche. E mentre il popolo aveva votato per la “libertà di scelta”, la rossa magistratura e i suoi alleati imposero un regime di sorveglianza che costò anni di battaglie legali, risorse enormi e un clima di incertezza che scoraggiò investimenti nel settore privato.
Altre storie
Patto per il Nord, Grandi: “Imola, gli scippi e i borseggi quotidiani nei supermercati: in particolare al Centro Commerciale Leonardo”
Torna a Imola il Carnevale dei Fantaveicoli: sfilata domenica 15 febbraio
Pronto soccorso, infermieri ancora in attesa: la Regione (PD) frena sull’indennità prevista dal contratto