Imola, 7 febbraio 2026 – Il Comune srotola il “tappeto rosso” , consegna Costituzioni fresche di stampa e celebra 350 nuovi italiani con cori, assessori in pompa magna e discorsi carichi di “libertas”, “artigiani della pace” e articolo 3. Una cerimonia normale, almeno nella forma, peccato che il comunicato ufficiale, una volta scrostata la patina celebrativa, riveli crepe imbarazzanti, errori da matita rossa e silenzi assordanti su questioni che pesano davvero.
Partiamo dai numeri, precisi al centesimo come se fossero bollette da saldare: 350 acquisizioni nel 2025 (su 333 del 2024, trend in lieve crescita). 56% donne, 44% uomini, 69 minorenni (19,7%). Bene. Ma il dato che urla più forte è questo: 93 persone, il 31%, sono nate in Italia. Cresciute qui, scuole imolesi, partite di calcetto nei giardini pubblici, dialetto romagnolo appreso al parco. Eppure lo Stato le “fa” italiane solo ora. L’assessora Daniela Spadoni lo riconosce con tenerezza (“hanno frequentato i nostri parchi, i luoghi dello sport”), ma poi? Zero. Nessuna domanda scomoda: perché ci hanno messo anni? È forse colpa di una legge ferma al secolo scorso? Il Comune preferisce non toccare il tasto ius soli/ius scholae, meglio limitarsi a un abbraccio simbolico e passare oltre.
La classifica per Paesi di origine? Marocco 66 (22%), Albania 55 (18%), Romania solo 28 (9%). Strano: la comunità romena è una delle più radicate da vent’anni, ma contribuisce pochissimo alle nuove cittadinanze. Difficoltà burocratiche? Disinteresse? O semplicemente percorsi più tortuosi per alcuni? Silenzio tombale, solo percentuali da tabulato Excel.

Il resto è contorno: Pakistan e Ucraina a 17 ciascuno, Nigeria 8, Tunisia 7, Bangladesh e Moldavia 6, e via via fino a un “altro” da 10 persone che raggruppa il resto del mondo. Tanti decimali, zero contesto reale: lavoro, casa, scuola, quartieri multietnici, tensioni o successi quotidiani. Niente. Il sindaco Marco Panieri invita a “affrontare insieme ciò che non funziona”, ma nel comunicato non si specifica cosa non funzioni né come si intenda sistemarlo. Il presidente Roberto Visani fa la lezioncina sull’articolo 3 e sulla “razza” che “oggi suona strana perché non si usa più”, chiudendo un dibattito ancora vivo con una semplificazione da cerimonia di diploma. Alla fine resta una sensazione netta: si celebra la cittadinanza come rito folkloristico, con bandiere, musica e belle parole, ma si evita accuratamente di guardarla in faccia. Si contano i nuovi italiani, si stampano percentuali, si consegna la Costituzione – ma quando spunta l’URSS nel 2026, o quando un terzo dei “nuovi” è nato qui da sempre, il racconto ufficiale inciampa goffamente e preferisce non rialzarsi.
Se la cittadinanza è davvero partecipazione, responsabilità e libertà – come ripetono tutti – forse bisognerebbe iniziare smettendo di celebrarla con i piedi nel 1991. O almeno aggiornando l’Excel. Prima che qualcuno chieda conto non solo dei numeri, ma della serietà con cui li si racconta.
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