La storia di Somayeh Haghnegahdar colpisce e coinvolge, ma non per il personaggio in sé: bensì per come viene raccontato questo personaggio a Imola da due giornali di sinistra. È il racconto di una donna “divisa tra due Paesi, segnata dall’esilio, dalla repressione e da una lotta per la libertà che attraversa le generazioni” (Corriere Romagna, 2025). Ma, proprio perché presentata come testimonianza pubblica e politica con un certo effetto sul pubblico imolese, non si può non notare come la ricostruzione della sua biografia appaia frammentata a seconda di chi scrive: da un lato un’infanzia e un’identità fortemente legate all’Italia (Leggi la Notizia, 2025), dall’altro una lunga e articolata carriera professionale sviluppata in Iran, senza che sia sempre chiaro quando, come e in quali condizioni si sia passati da una dimensione all’altra (Corriere Romagna, 2025).
Uno dei punti meno comprensibili riguarda il rapporto con il regime iraniano, soprattutto per chi fatica a conciliare il racconto di chi riesce a uscire dal paese con la sua famiglia, poi rientra e poi nuovamente esce. Da un lato si parla di un ritorno traumatico in Iran, con restrizioni alla libertà di movimento e una repressione che avrebbe segnato profondamente la famiglia (Leggi la Notizia, 2025); dall’altro emerge una carriera durata oltre vent’anni nel cinema iraniano, con studi universitari completati, collaborazioni internazionali e film presentati nei principali festival mondiali (Corriere Romagna, 2025). Elementi che, presi insieme, pongono una domanda legittima: in quale spazio di libertà è stato possibile lavorare così a lungo in un sistema descritto come totalmente oppressivo? Il confine tra cinema tollerato, autocensura e opposizione politica resta sfumato (Leggi la Notizia, 2025).
Anche l’attivismo più recente, nato dopo l’uccisione di Mahsa Amini, viene raccontato con toni diversi e talvolta sovrapposti: ora come naturale prosecuzione di un percorso artistico, ora come rottura radicale e definitiva con il regime, accompagnata dall’impossibilità di rientrare in patria e da un rischio personale concreto (Corriere Romagna, 2025). Sono passaggi decisivi che però non sempre vengono collocati con precisione nel tempo e nei fatti (Leggi la Notizia, 2025).
Il risultato è una storia con molte zone d’ombra, dove si gioca sull’emotività invece di puntare sulla chiarezza. I soggetti sono sempre presentati come fragili e vulnerabili, ma allo stesso tempo servono a costruire un certo tipo di narrativa. Una narrativa che può avere utilità in contesti come le elezioni locali, ma che richiede di creare il personaggio senza che le crepe del suo “esilio” siano troppo evidenti.
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