Roma, 15 gennaio 2026 – Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha scelto X per esprimere un desiderio inquietante: spedire in Iran, al posto dei giovani massacrati per aver chiesto libertà, quegli «pseudo intellettuali italiani» che osano difendere o contestualizzare la repressione della Repubblica Islamica.
«Quanto mi piacerebbe offrire la libertà ad alcuni di quei giovani mandando al posto loro in Iran gli pseudo intellettuali italiani che difendono ciò che sta accadendo».Iperbole sarcastica o no, pronunciata da chi ha in mano la sicurezza nazionale assume una gravità inaccettabile. Cioè un ministro di governo immagina – anche solo retoricamente – di deportare in un regime repressivo una categoria di cittadini per le loro opinioni.
Non importa se poi precisa che si riferisce a chi equipara gli ayatollah alle BR: il meccanismo resta lo stesso. Il dissenso intellettuale diventa colpa punibile con un confino simbolico in un inferno teocratico.In democrazia non si augurano deportazioni per le idee, nemmeno le più discutibili. Non lo si fa un ministro con delega alla Difesa, eppure Crocetto, con questa frase, ha abbracciato proprio la retorica dei sinistri che tanto critica: quella che divide gli italiani in “buoni” e “cattivi”, in patrioti e nemici interni, in chi merita di parlare e chi dovrebbe tacere o sparire.
Ha fatto sua la logica del nemico da espellere, solo che stavolta il bersaglio è l’opposto politico.La libertà di parola – anche quella sbagliata – è il confine invalicabile. Superarlo con una boutade da social, da un esponente di governo, significa spostare il discorso pubblico verso territori autoritari. Abituarsi all’idea che si possa fantasticare di deportare i propri concittadini non è più satira, è una crepa nella convivenza civile.
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