Il 12 gennaio 2026 è scattato il commissariamento per Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna sul dimensionamento della rete scolastica 2026-2027. Il Governo ha nominato Bruno Di Palma, direttore dell’Ufficio scolastico regionale, commissario ad acta con il compito di chiudere il piano entro il 27 gennaio, dopo che le Regioni non avevano approvato i documenti richiesti nonostante due proroghe ufficiali, il 30 novembre e il 18 dicembre 2025. Senza quei piani, l’intero meccanismo di avvio del prossimo anno scolastico rischiava di saltare.
Alla base del provvedimento c’è l’attuazione della riforma del PNRR sulla scuola, che impone una riduzione graduale delle autonomie scolastiche per adeguarle al calo demografico. Il parametro fissato a livello nazionale è una media di 938 alunni per istituzione, cioè per ogni dirigente scolastico e segreteria amministrativa. Il ministro dell’Istruzione Valditara lo ha spiegato in modo diretto: si tratta di obblighi assunti con l’Unione Europea e, senza il loro rispetto, l’Italia rischia di perdere i fondi già erogati e di mettere in difficoltà l’avvio regolare dell’anno scolastico.
L’Emilia-Romagna ha reagito con forza. Il presidente de Pascale e l’assessora Isabella Conti rivendicano che la Regione è già più “virtuosa” della media nazionale, con 994 alunni per autonomia su 532 istituti e 36 scuole accorpate negli ultimi anni, e contestano l’obbligo di tagliare altre 17 autonomie solo per un riequilibrio nazionale. Da qui l’accusa di centralismo e l’annuncio del ricorso al Tar, in una narrazione che dipinge Roma come il cattivo che punisce chi ha fatto meglio degli altri.
Il problema, però, è che quella riforma non l’ha inventata il governo Meloni. Il PNRR è stato negoziato, firmato e incassato dai governi sostenuti proprio dal centrosinistra, quando miliardi di euro arrivavano a pioggia su infrastrutture, digitalizzazione e bonus vari. Ora che tocca applicare la parte scomoda, quella che riduce dirigenti, segreterie e autonomie nelle zone con meno studenti, scatta la protesta da cortile e la scoperta improvvisa dell’autonomia regionale. In Romagna direbbero che non si può mangiare la piadina e poi lamentarsi del conto: le regole erano scritte fin dall’inizio, e oggi non resta che fare i conti con quello che si è firmato.
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